Tre cardinali vicini a Leone XIV attaccano la politica di Trump
Negli Stati Uniti non è frequente che la Chiesa cattolica alzi la voce in modo così diretto contro un presidente in carica. Ancora più raro è che lo faccia in forma collegiale, con un linguaggio esplicitamente morale e non tattico. È ciò che è avvenuto con la presa di posizione dei cardinali Blase J. Cupich (Chicago), Robert W. McElroy (Washington) e Joseph W. Tobin (Newark), che hanno rivolto un chiaro monito all’amministrazione Trump sulle attuali strategie di politica estera, giudicate pericolose per la pace mondiale.
Il loro intervento, definibile senza forzature come una correzione fraterna pubblica, si colloca nel solco dell’insegnamento di Papa Leone XIV, che nelle scorse settimane ha denunciato il ritorno di una vera e propria “passione per la guerra” (zeal for warmaking), segno di una regressione etica dell’ordine internazionale post-1945.
Una pace cercata con le armi
Nel loro documento congiunto, i tre cardinali affermano senza ambiguità:
«Rinunciamo alla guerra come strumento di interessi nazionali ristretti e proclamiamo che l’azione militare deve essere vista solo come ultima risorsa in situazioni estreme, non come strumento normale della politica nazionale».
È una frase che colpisce per la sua chiarezza, soprattutto se letta nel contesto attuale: Venezuela, Ucraina, Groenlandia. Teatri diversi, ma accomunati – secondo i porporati – da una stessa tentazione: ridurre la pace a funzione del dominio, e la forza militare a linguaggio ordinario delle relazioni internazionali.
I cardinali dichiarano di aver “misurato criticamente” la politica estera americana alla luce del discorso pronunciato da Papa Leone XIV il 6 gennaio al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. In quell’occasione il Papa aveva denunciato l’indebolimento delle istituzioni multilaterali, a partire dall’ONU, e la loro progressiva sostituzione con una diplomazia fondata sulla forza o su alleanze ristrette.
«La guerra è tornata di moda», aveva detto Leone XIV.
«La pace non è più cercata come bene in sé, ma attraverso le armi, come condizione per affermare il proprio dominio».
Groenlandia: il caso simbolo
Il riferimento alla Groenlandia non è marginale. Le ripetute dichiarazioni di Trump sull’eventuale annessione o acquisizione dell’isola hanno creato una frattura profonda con gli alleati europei e una tensione senza precedenti all’interno della NATO. Francia, Germania, Regno Unito, Norvegia, Svezia e Paesi Bassi hanno reagito con una dimostrazione militare di sostegno alla Danimarca, mentre la popolazione groenlandese ha espresso un rifiuto netto: l’85% non vuole diventare parte degli Stati Uniti.
I cardinali non entrano nel dettaglio geopolitico, ma il messaggio è evidente: la sicurezza non può essere costruita violando la sovranità dei popoli, né invocando minacce esterne (Cina, Russia) per giustificare operazioni di forza che contraddicono la Carta delle Nazioni Unite.
Una questione di fondamento morale
Il testo parla di una “discussione morale senza precedenti dalla fine della Guerra fredda”. Non è solo una valutazione politica, ma un giudizio etico: la politica estera americana, secondo i cardinali, rischia di perdere il suo fondamento morale quando l’interesse nazionale viene separato dalla solidarietà tra le nazioni e dalla dignità della persona umana.
Cardinal McElroy è particolarmente esplicito:
«Quando l’interesse nazionale, inteso in modo ristretto, esclude l’imperativo morale della solidarietà, produce sofferenze immense e un attacco catastrofico alla pace giusta, che è volontà di Dio».
È una critica che colpisce il cuore della narrazione trumpiana: la pace come risultato della forza, la sicurezza come possesso, la politica estera come transazione.
Vita, dignità, libertà religiosa
I cardinali non parlano solo di guerra. Riprendendo Leone XIV, insistono su tre pilastri della dottrina sociale della Chiesa:
- il diritto alla vita, fondamento di ogni altro diritto;
- la dignità umana, sostenuta anche attraverso l’aiuto economico internazionale;
- la libertà religiosa e di coscienza, sempre più minacciata da ideologie identitarie e fondamentaliste.
In questo senso, denunciano anche la riduzione degli aiuti umanitari da parte dei Paesi ricchi, vista come un attacco strutturale alla dignità dei più poveri e un fattore di instabilità globale.
Una Chiesa che non tace
Le parole del cardinale Cupich sono forse le più nette:
«Non possiamo restare in silenzio mentre si prendono decisioni che condannano milioni di persone a vivere permanentemente ai margini dell’esistenza».
E quelle del cardinale Tobin suonano come un avvertimento finale:
«L’escalation di minacce e conflitti armati rischia di distruggere le relazioni internazionali e di trascinare il mondo in sofferenze incalcolabili».
Oltre la polarizzazione
Questo intervento non è un atto di opposizione partitica. È, piuttosto, un tentativo di sottrarre la politica estera alla logica della polarizzazione e di riportarla a un livello più alto, come chiedono esplicitamente i cardinali.
In un’America attraversata da divisioni profonde, la Chiesa cattolica sceglie di parlare non come lobby, ma come coscienza critica, richiamandosi a un Papa che ha rimesso al centro il nesso tra pace, diritto e ordine morale.
Il messaggio è chiaro:
una grande potenza può essere davvero tale solo se rinuncia a fare della guerra un’abitudine e riscopre la pace come bene comune universale. Non è un discorso contro l’America. È un discorso per l’America, e per il mondo.
