Tra l’escalation israelo-statunitense contro l’Iran, il rischio energetico, le pressioni di Trump e il diritto internazionale calpestato, l’Unione europea cerca una linea comune. Ma il tempo delle ambiguità sta finendo.

Bruxelles frena su ogni ipotesi di coinvolgimento diretto nello Stretto di Hormuz, mentre Francia, Germania e Italia precisano il senso della dichiarazione congiunta firmata con Londra, Tokyo e Ottawa. Sullo sfondo restano la guerra in Ucraina, le divisioni interne tra i Ventisette e la fragilità strategica di un’Europa che teme di pagare il prezzo di un conflitto non suo.

Lo stretto di Hormuz non è più soltanto un passaggio marittimo decisivo per il petrolio e il gas del mondo. È diventato il simbolo della condizione europea: sospesa tra la difesa del diritto internazionale e la pressione degli alleati, tra la paura di una nuova crisi energetica e la tentazione di lasciarsi trascinare in una guerra che non controlla. In mezzo, ancora una volta, c’è un continente forte economicamente ma incompiuto politicamente.

L’Europa cammina su un crinale sempre più stretto. Da una parte c’è la guerra israelo-statunitense contro l’Iran, che minaccia di estendersi a tutto il Medio Oriente. Dall’altra ci sono le sue conseguenze immediate e concrete: l’impennata dei prezzi di gas e petrolio, il rischio di interruzioni nelle forniture, la vulnerabilità delle rotte commerciali, la possibilità di nuovi shock economici e politici. In mezzo stanno gli europei: non belligeranti, ma già esposti agli effetti di una escalation che rischia di travolgerli.

Il punto più delicato è anche il più evidente. L’Unione europea continua a richiamarsi al diritto internazionale e, attraverso la voce dell’Alta rappresentante Kaja Kallas, ha ribadito che l’intervento contro l’Iran è privo di base giuridica internazionale. Ma nello stesso tempo alcuni dei suoi maggiori Paesi si trovano a dover gestire la pressione di Donald Trump, che pretende sostegno per garantire la sicurezza dello stretto di Hormuz e più in generale per consolidare il fronte occidentale nella crisi.

La dichiarazione congiunta firmata da Germania, Francia, Italia e Olanda insieme a Gran Bretagna, Giappone e Canada ha mostrato con chiarezza quanto sia scivoloso questo terreno. La formula sulla disponibilità a “contribuire agli sforzi necessari per garantire la sicurezza del passaggio nello stretto di Hormuz” ha immediatamente aperto la porta a interpretazioni ambigue. Non a caso sono arrivate quasi subito le precisazioni. Emmanuel Macron ha richiamato la necessità di una moratoria immediata e generale degli attacchi alle infrastrutture civili, comprese quelle energetiche e gli impianti di desalinizzazione, rilanciando la prospettiva di una tregua di alcuni giorni per far ripartire la diplomazia. Berlino ha escluso qualunque “missione di guerra”. Roma, attraverso Antonio Tajani, ha insistito sul principio della libera circolazione marittima, lasciando intendere tuttavia una linea di estrema cautela. E Giorgia Meloni ha preso tempo, specificando che ogni eventuale iniziativa italiana potrebbe essere valutata solo con una cornice di legittimità internazionale, cioè con un mandato Onu.

Questa prudenza non è soltanto tattica. È il riflesso di una debolezza strutturale. L’Europa sa che la guerra contro l’Iran non è una guerra europea, ma sa anche che le sue economie ne sarebbero colpite duramente. Dallo stretto di Hormuz passa una quota decisiva del petrolio e del gas mondiale, ma non solo. Su quella rotta transitano anche merci strategiche e fertilizzanti, con conseguenze dirette sulla sicurezza alimentare globale. Se Hormuz si blocca o diventa teatro permanente di scontri, a tremare non sono solo i mercati energetici ma l’intera architettura fragile della globalizzazione.

Per questo Bruxelles avanza con i piedi di piombo. Ma proprio qui emerge la contraddizione più seria. Non basta dichiararsi contrari all’allargamento del conflitto se poi si accettano formule politiche che rischiano di trasformarsi, passo dopo passo, in un coinvolgimento più diretto. La tutela della navigazione commerciale è un obiettivo legittimo. Il problema nasce quando diventa la soglia linguistica dietro cui si prepara un adattamento progressivo alla guerra.

In questa vicenda l’Europa si scopre ancora una volta divisa. La Spagna di Pedro Sánchez ha scelto la linea più netta, ribadendo il proprio no alla guerra. La Francia prova a tenere insieme deterrenza, diplomazia e autonomia strategica. La Germania teme di essere trascinata oltre il proprio mandato politico. L’Italia cerca di guadagnare tempo, consapevole che un coinvolgimento nel Golfo, in una fase già segnata da instabilità energetica e tensioni migratorie, sarebbe carico di incognite. Intanto i Paesi del Golfo alzano i toni, colpiti negli interessi vitali dai bombardamenti sui complessi petrolchimici, mentre l’affidabilità dell’ombrello statunitense appare sempre più incerta.

A complicare tutto c’è il secondo grande fronte: l’Ucraina. Mentre il Medio Oriente brucia, al Consiglio europeo continuano le tensioni sul sostegno a Kyiv. L’Ungheria, appoggiata dalla Slovacchia, frena sugli impegni finanziari, ufficialmente invocando i danni alla pipeline che trasporta energia fossile russa. Zelensky rilancia la possibilità di usare fondi europei per acquistare sistemi Patriot statunitensi. Parigi non gradisce, perché dietro questa ipotesi vede l’ennesima subordinazione industriale e strategica agli Usa, proprio nel momento in cui la Francia insiste su una maggiore autonomia europea anche nel settore della difesa. Il risultato è un’Europa che deve sostenere economicamente una guerra sul proprio continente e, contemporaneamente, resistere alle pressioni per farsi coinvolgere in una nuova crisi mediorientale.

Il nodo vero, dunque, non è solo militare. È politico e morale. L’Unione europea continua a presentarsi come potenza normativa, custode del multilateralismo e del diritto. Ma ogni volta che la scena internazionale si militarizza, questa vocazione entra in crisi davanti alla mancanza di una reale unità strategica. L’Europa possiede mercato, moneta, apparati industriali, capacità tecnologiche. Ciò che ancora non possiede fino in fondo è una volontà politica comune capace di tradurre i principi in scelte coerenti.

Per questo il richiamo del presidente Sergio Mattarella a impedire l’allargamento dei conflitti merita di essere preso sul serio. Non come formula rituale, ma come orientamento politico. Oggi la responsabilità europea non consiste nell’allinearsi automaticamente a chi alza il livello dello scontro, né nel rifugiarsi in dichiarazioni prudenti ma inconsistenti. Consiste piuttosto nel rimettere al centro tre punti: cessate il fuoco, protezione delle infrastrutture civili, rilancio di una vera iniziativa diplomatica multilaterale.

Per una testata come Mediafighter, attenta alla dimensione etica e civile dei processi geopolitici, la questione è limpida. L’Europa non sarà credibile se continuerà a denunciare l’assenza di diritto internazionale e, nello stesso tempo, ad accettare di muoversi dentro la grammatica della guerra. La sicurezza della navigazione è un bene reale, ma non può diventare il nome neutro di una progressiva assuefazione al conflitto. Difendere Hormuz non può voler dire accompagnare, con lessico tecnico e formule prudenti, una guerra priva di chiara legittimità e di qualsiasi serio orizzonte politico di pace.

Sul passaggio di Hormuz non transitano soltanto petrolio, gas e merci. Transita ancora una volta l’idea stessa di Europa. Se sarà soltanto uno spazio economico spaventato, destinato a subire crisi decise altrove, oppure un soggetto politico adulto, capace di tenere insieme realismo, diritto e responsabilità internazionale. Il tempo delle ambiguità, questa volta, potrebbe essere davvero finito.