In teoria si riapre con una flotta. In pratica, durante una guerra con l’Iran, mettere davvero in sicurezza lo Stretto è una delle operazioni più difficili che esistano.

A sentirne parlare da lontano, sembra quasi una questione lineare: lo Stretto di Hormuz si chiude, le marine occidentali intervengono, la rotta viene sgomberata e il traffico riprende. Ma la guerra vera non assomiglia mai ai diagrammi televisivi. E Hormuz, oggi, è il punto esatto in cui la semplificazione politica si schianta contro la realtà militare.

Il primo dato da ricordare è geografico, e dunque strategico. Hormuz non è un oceano aperto: è un passaggio stretto, congestionato, esposto, dominabile dalla costa iraniana e vulnerabile a minacce multiple. In quel corridoio transita circa un quinto del petrolio mondiale. Proprio per questo non serve all’Iran “chiuderlo” in senso assoluto: basta renderlo sufficientemente pericoloso da scoraggiare armatori, equipaggi, assicuratori e mercati. È già abbastanza per paralizzare il flusso. Reuters ricorda che il Pentagono, pur dicendo di non avere prove chiare che Teheran abbia minato lo stretto, riconosce quanto sia cruciale quel passaggio per l’economia globale.  

Il punto militare decisivo è questo: sgomberare non significa solo togliere un ostacolo. Significa bonificare, sorvegliare, difendere, scortare, identificare la minaccia e convincere il traffico commerciale che il passaggio è tornato davvero sicuro. E sono cose molto diverse. Una superpotenza navale può distruggere navi, basi e radar; molto più difficile è impedire a un avversario asimmetrico di continuare a molestare il traffico con droni, missili costieri, piccoli battelli, attacchi intermittenti e, se necessario, mine. Reuters segnala che, nonostante l’altissimo rischio, alcune navi continuano a tentare il passaggio fra missili, droni e costi assicurativi esplosi. Questo da solo dice quanto lo stretto sia già contestato, anche senza una chiusura formalmente dichiarata.  

La minaccia delle mine, poi, è quella che più mette in crisi l’immaginazione dei non addetti ai lavori. Perché la mina navale è un’arma povera, ma strategicamente raffinatissima: costa poco, semina incertezza, rallenta tutto, costringe alla bonifica paziente e trasforma ogni miglio d’acqua in una domanda irrisolta. E la bonifica, a differenza della distruzione di un bersaglio, non è spettacolare né rapida. È lenta, metodica, vulnerabile. Uno studio strategico del CSBA osservava già anni fa che operazioni estese di contromisure mine nell’area di Hormuz e del Golfo possono richiedere settimane, anche oltre un mese, proprio per la natura tecnica e prudenziale di queste missioni.  

Ma anche ammettendo, per ipotesi, che non vi siano mine già posate, il problema resta intatto. NPR/WUNC ha riassunto bene il nodo: la sola paura delle mine, unita a missili e droni, basta a rallentare il flusso del petrolio fino quasi a fermarlo, perché gli equipaggi temono di diventare bersagli e gli assicuratori si ritirano o alzano i premi a livelli proibitivi. È l’essenza della guerra ibrida: ottenere un effetto strategico enorme con strumenti relativamente modesti, usando il rischio come arma.  

E qui emerge una seconda verità, forse la più scomoda. Le operazioni di dragaggio e scorta non si svolgono nel vuoto. Si fanno sotto minaccia. Le unità cacciamine e i mezzi specializzati sono molto meno protetti e molto meno “glamour” di una portaerei o di un cacciatorpediniere, ma sono quelli da cui dipende davvero la riapertura del traffico. Per lavorare hanno bisogno di copertura aerea, informazioni costantemente aggiornate, superiorità locale e una drastica riduzione della minaccia costiera. Se l’Iran conserva batterie antinave, droni, reparti mobili o piccoli mezzi in grado di colpire a sorpresa, ogni operazione di sgombero diventa essa stessa un bersaglio.

Gli studi strategici americani sul Golfo lo dicono da tempo: la forza iraniana non sta tanto nella flotta convenzionale, quanto nell’insieme di tattiche asimmetriche che combinano missili, mine, piccoli natanti, dispersione e saturazione del campo. CSIS ha descritto questo modello come una sfida strutturale alla libertà di navigazione nel Golfo; non una marina da grande battaglia, ma una macchina di interdizione regionale.  

Tutto questo ha una conseguenza politica immediata: anche se Washington riuscisse a imporre un corridoio di sicurezza, il mercato non tornerebbe automaticamente alla normalità. Le compagnie di navigazione ragionano in termini di rischio residuo, non di annunci ufficiali. Se il passaggio resta esposto a colpi sporadici, a droni vaganti, a false partenze, a premi di guerra astronomici, la riapertura sulla carta non coincide con la riapertura reale. Reuters ha mostrato come il conflitto stia già spingendo in alto costi logistici, premi marittimi e perfino tariffe del cargo aereo, perché lo shock su Hormuz e sullo spazio aereo regionale si trasmette immediatamente al commercio globale.  

Ecco perché l’idea di “sgomberare Hormuz” con un gesto rapido è illusoria. Non siamo davanti a una sbarra da alzare, ma a un sistema di minacce da neutralizzare una per una, e poi da neutralizzare ancora. In guerra, soprattutto contro un avversario come l’Iran, non basta vincere una battaglia navale. Bisogna spezzare la capacità dell’altro di rendere costoso e incerto ogni passaggio successivo. È un lavoro lungo, esposto, logorante.

Il punto, allora, è semplice. La domanda non è se gli Stati Uniti possano colpire l’Iran sul mare. Possono farlo. La domanda vera è se possano restituire rapidamente allo Stretto quella condizione di fiducia operativa senza la quale petroliere e mercantili non passano. Ed è qui che nasce la difficoltà. Perché la superiorità militare non coincide automaticamente con la sicurezza commerciale. E a Hormuz, oggi, è proprio questa distanza fra le due cose a rendere la situazione tanto pericolosa.