Nel pieno di una guerra che ha già superato la soglia delle 1.500 vittime solo in Iran e che ha destabilizzato mercati energetici e rotte commerciali globali, la diplomazia prova a riaprire uno spazio. Ma lo fa in modo ambiguo, frammentato, quasi schizofrenico. Da un lato, Washington parla di “colloqui produttivi”; dall’altro, Teheran risponde che gli Stati Uniti stanno “negoziando con sé stessi”. In mezzo, un piano di tregua in 15 punti, inviato dall’amministrazione di Donald Trump attraverso il Pakistan, e una realtà sul terreno che continua a parlare il linguaggio delle bombe.

Il piano americano – non confermato ufficialmente ma rilanciato da fonti convergenti – appare ambizioso quanto sbilanciato. Prevede un cessate il fuoco di 30 giorni, lo smantellamento delle principali infrastrutture nucleari iraniane (Natanz, Isfahan, Fordow), la consegna dell’uranio arricchito all’IAEA, la rinuncia definitiva allo sviluppo di armi nucleari, limiti ai missili balistici e la fine del sostegno iraniano ai gruppi regionali. In cambio, Washington offrirebbe la revoca delle sanzioni, supporto al nucleare civile di Bushehr e la riapertura dello Stretto di Hormuz.

È un pacchetto che, più che una base negoziale, sembra una piattaforma di capitolazione strategica. Non a caso, la reazione iraniana è stata di chiusura quasi totale. Il nuovo presidente Masoud Pezeshkian ha ribadito che l’unica via per la pace passa dal riconoscimento dei “diritti legittimi” dell’Iran, dal pagamento di riparazioni e da garanzie internazionali contro future aggressioni. In parallelo, ambienti vicini ai Pasdaran chiedono addirittura la chiusura delle basi militari statunitensi nella regione e un controllo formalizzato sul traffico nello Stretto di Hormuz.

Le due posizioni non sono semplicemente distanti: sono, allo stato attuale, strutturalmente incompatibili. Washington chiede lo smantellamento di ciò che considera una minaccia esistenziale; Teheran chiede il riconoscimento di ciò che considera un diritto sovrano. Gli Stati Uniti vogliono limitare la proiezione regionale iraniana; l’Iran vuole consolidarla. In questo senso, più che una trattativa, siamo davanti a due narrazioni speculari che si escludono a vicenda.

E tuttavia, sotto la superficie della retorica, qualcosa si muove. Nonostante le smentite ufficiali, fonti diplomatiche parlano di “contatti indiretti”, facilitati da attori regionali come Pakistan, Turchia ed Egitto. Non è una negoziazione nel senso pieno del termine, ma un’esplorazione. Una fase preliminare in cui ciascuna parte misura la sostenibilità politica di un compromesso.

Il fattore decisivo, più delle dichiarazioni pubbliche, è il costo crescente della guerra. La chiusura – anche parziale – dello Stretto di Hormuz ha spinto il prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile, colpendo economie globali già fragili. Gli attacchi iraniani alle infrastrutture energetiche del Golfo e alle installazioni militari statunitensi hanno ampliato il rischio sistemico. E negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump deve fare i conti con un’opinione pubblica sempre meno disposta a sostenere un conflitto lungo, soprattutto in vista delle elezioni di medio termine.

Anche per Teheran la situazione è tutt’altro che sostenibile. Le perdite umane, i danni alle infrastrutture e la pressione economica – aggravata da decenni di sanzioni – rendono difficile immaginare una guerra prolungata senza conseguenze interne. Ma qui emerge una frattura decisiva: quella tra leadership politica e apparato militare. Se il presidente Pezeshkian sembra aperto, almeno teoricamente, a una soluzione negoziale, i Pasdaran interpretano il conflitto come esistenziale e appaiono molto meno disposti a concessioni.

Questa divergenza interna è uno degli elementi chiave per capire se un accordo sia possibile. Non basta che Washington e Teheran trovino un terreno comune: serve anche che, all’interno dei rispettivi sistemi, esista una convergenza politica sufficiente a sostenerlo. Ed è qui che il quadro si complica ulteriormente.

Sul piano strategico, inoltre, emerge un altro dato: le aspettative iniziali di una guerra breve sono già state smentite. Stati Uniti e Israele avevano immaginato un rapido indebolimento del regime iraniano, se non addirittura un suo collasso. Ma la capacità di risposta di Teheran, unita alla sua influenza regionale, ha trasformato il conflitto in una guerra di logoramento ad alto costo. È in questo contesto che il piano in 15 punti va letto: non come un’offerta di pace disinteressata, ma come un tentativo di uscita strategica da un’impasse.

Resta però una domanda di fondo: è davvero possibile un accordo? Alcuni analisti stimano una probabilità attorno al 60%, sulla base della pressione economica e diplomatica che grava su entrambe le parti e della disponibilità di canali di mediazione. Ma questa stima, più che una previsione, è una misura della necessità. Tutti hanno interesse a fermare la guerra. Ma avere interesse non significa essere pronti a pagare il prezzo politico di un compromesso.

E il prezzo, in questo caso, è altissimo. Per Washington significherebbe accettare un Iran che non viene completamente smantellato come potenza regionale. Per Teheran significherebbe rinunciare a una parte significativa della propria autonomia strategica e simbolica. In mezzo, resta la variabile più imprevedibile: la dinamica del conflitto sul terreno, che può accelerare o bloccare qualsiasi apertura diplomatica.

Per ora, dunque, la diplomazia resta sospesa tra realtà e rappresentazione. Un piano c’è, ma non è condiviso. Contatti esistono, ma non sono ammessi. La guerra continua, ma nessuno può permettersela davvero. È in questa contraddizione che si gioca la possibilità – fragile, incerta, ma non impossibile – di un accordo.