Il Guatemala è entrato in una fase di emergenza nazionale dopo un’escalation di violenza senza precedenti che ha messo in luce la fragilità delle istituzioni e la profondità dell’infiltrazione criminale nello Stato. Le rivolte coordinate in tre grandi penitenziari, orchestrate dalla gang Barrio 18, hanno mostrato quanto il sistema carcerario sia diventato un nodo strategico del potere criminale, più che uno strumento di rieducazione e controllo.
La presa di ostaggi, gli incendi negli uffici penitenziari e, soprattutto, la successiva ondata di attacchi armati contro le forze di sicurezza, culminata nell’uccisione di numerosi agenti di polizia, hanno spinto il presidente Bernardo Arévalo a dichiarare lo stato d’assedio per 30 giorni su tutto il territorio nazionale. Il provvedimento, ratificato dal Parlamento, sospende alcune garanzie costituzionali e conferisce poteri straordinari alle forze dell’ordine, segnando una svolta netta nella gestione della sicurezza.
Arévalo, eletto nel 2023 come figura di rottura moderata rispetto a decenni di governi segnati da corruzione e collusioni con il narcotraffico, si trova ora stretto tra due fuochi. Da un lato, la necessità di ristabilire l’ordine pubblico; dall’altro, il rischio che misure eccezionali diventino strutturali, aprendo la strada a una progressiva compressione dello Stato di diritto. Le autorità collegano direttamente le violenze alla proposta di riforma del sistema carcerario, che mira a smantellare il regime di privilegi, tangenti e autogoverno detenuto dalle gang all’interno delle prigioni. In questa lettura, la rivolta rappresenterebbe una reazione preventiva del crimine organizzato a una minaccia concreta al suo potere.
Il contesto politico rende la situazione ancora più delicata. Le riforme di Arévalo sono state sistematicamente ostacolate da settori dell’establishment giudiziario e politico, eredi di un sistema che ha a lungo tollerato — quando non favorito — la penetrazione delle organizzazioni criminali. Il Guatemala diventa così un laboratorio instabile, in cui la lotta alla violenza rischia di trasformarsi in un banco di prova per modelli di governo più duri, già sperimentati altrove nella regione.
Il riferimento implicito è El Salvador, dove il presidente Nayib Bukele ha imposto una drastica strategia di sicurezza basata su arresti di massa, mega-carceri e una riduzione significativa delle garanzie giudiziarie. Quel modello, pur avendo prodotto un calo visibile degli omicidi, è oggetto di forti critiche per il prezzo pagato in termini di diritti civili e indipendenza della magistratura. La tentazione di replicarlo si estende ora anche ad altri Paesi centroamericani.
Il Costa Rica, storicamente considerato un’isola di stabilità democratica nella regione, ne è un esempio emblematico. Avvicinandosi alle elezioni presidenziali del 1° febbraio, il Paese vive un clima di crescente insicurezza legata al narcotraffico, con livelli di violenza omicida mai registrati in passato. Il presidente uscente Rodrigo Chaves, sotto indagine per presunta corruzione, ha fatto della sicurezza il perno del discorso politico, indicando apertamente il modello salvadoregno come fonte di ispirazione. L’inaugurazione di una nuova mega-prigione e le proposte di riforma radicale del sistema giudiziario segnano un cambio di paradigma che sta polarizzando il dibattito pubblico.
In questo scenario regionale, la Chiesa cattolica in Guatemala ha assunto una posizione di prudenza e allarme. La sospensione delle celebrazioni domenicali in alcune diocesi, decisa per proteggere la popolazione, è un gesto raro e simbolicamente forte. I vescovi hanno espresso vicinanza alle vittime e ribadito l’impegno per la pace, mettendo in guardia dal rischio che la violenza generi altra violenza e che la sicurezza venga perseguita a scapito della dignità umana.
Il Guatemala, come il Costa Rica, si trova così davanti a una scelta cruciale: rafforzare lo Stato senza snaturarlo. La sfida non è solo reprimere le gang, ma ricostruire istituzioni credibili, un sistema giudiziario indipendente e politiche sociali capaci di sottrarre terreno al potere criminale. In un Centroamerica segnato da disuguaglianze, corruzione e fragilità statale, la linea di confine tra sicurezza necessaria e autoritarismo strisciante è sottile. E il rischio è che l’emergenza diventi la nuova normalità.
