C’è una frase che i potenti di ogni epoca hanno ripetuto fino al giorno prima della caduta: il popolo è con me. La ripetono con la convinzione sincera di chi ha passato troppo tempo circondato da consenso — reale o costruito, spontaneo o sollecitato — e ha smesso di distinguere tra l’eco della propria voce e la voce degli altri.
Giorgia Meloni quella frase l’ha declinata in molti modi negli ultimi anni. L’ha scritta nei post, l’ha proclamata nei comizi, l’ha usata come scudo contro ogni critica: gli italiani mi hanno scelto, gli italiani mi sostengono, gli italiani capiscono. Era una narrazione potente, e per un lungo tratto ha funzionato. Ma le narrazioni hanno una fragilità intrinseca: si reggono finché non arriva il momento della verifica.
Il referendum sulla giustizia è stato quella verifica. E il risultato — un No netto, un’affluenza che non ha raggiunto il quorum, un’Italia che non ha risposto all’appello — ha incrinato qualcosa di più profondo di un voto. Ha incrinato la spirale del silenzio che teneva insieme il consenso berlusconiano prima e meloniano poi: quella condizione per cui chi non si riconosce nel discorso dominante tende a tacere, a non esporsi, a lasciare che la voce degli altri riempia lo spazio pubblico. Quando quella spirale si rompe — e i sondaggi post-referendum sembrano dirci che si è rotta, almeno in parte — l’effetto è quello del boomerang: torna indietro, e colpisce chi l’aveva lanciato. Matteo Renzi ne sa qualcosa…
I numeri della Supermedia Youtrend parlano con la sobrietà propria delle statistiche, che non hanno ideologia ma hanno conseguenze. Fratelli d’Italia scende al 28,2%, dato peggiore dalle Europee del 2024. Il campo largo, sommando Pd, M5s, Avs, Italia Viva e +Europa, supera il centrodestra di quasi un punto: 45,4% contro 44,6%. È uno scarto sottile, ancora fluido, basato su rilevazioni limitate. Ma è un sorpasso. E i sorpassi in politica hanno un valore simbolico che va oltre la cifra: segnalano che il vento è cambiato, che qualcosa nel senso comune si è spostato.
Per Meloni, la domanda adesso è cruciale: cosa si fa con un consenso che si assottiglia, una coalizione che scricchiola, un’opposizione che per la prima volta da anni si vede davanti nei sondaggi? È davvero tentata dalle elezioni anticipate?
Certo che se le elezioni anticipate ci fossero e il centrodestra le perdesse, Meloni difficilmente tornerebbe in sella. Non perché manchino i precedenti di leader sconfitti che si riorganizzano — la politica è piena di resurrezioni — ma perché la sua forza è sempre stata identificativa: lei non è la segretaria di un partito tra i tanti, è il partito. Se il partito perde sotto la sua guida, con la sua faccia, con la sua retorica dell'”Italia che vuole me”, la sconfitta si chiama col suo nome. E i partiti personali, quando il personaggio si incrina, non hanno struttura per ammortizzare il colpo.
C’è qualcosa di profondamente umano — e in fondo di commovente, se non fosse così pericoloso — nel meccanismo dell’arroganza politica. Non nasce sempre dalla malvagità, spesso nasce dall’isolamento: quando si è circondati troppo a lungo da chi applaude, si perde la capacità di ascoltare chi non applaude. Si scambia il silenzio per consenso, la paura per deferenza, l’abitudine per fedeltà. La Dottrina Sociale della Chiesa ha una parola per descrivere il contrario di questo atteggiamento: servizio. Chi governa serve, non comanda. E chi serve deve essere disposto a sentire — anche le critiche, anche i dissensi, anche i referendum che vanno male.
Il problema di chi ha invocato troppo a lungo il mandato popolare come scudo contro ogni forma di responsabilità è che il mandato popolare, prima o poi, va rinnovato. E il rinnovo non è mai garantito.
I sondaggi non sono destino. L’opposizione italiana ha una lunga tradizione di sprecare i momenti favorevoli, di dividersi proprio quando potrebbe unirsi, di trasformare le vittorie altrui in occasioni mancate proprie. Il campo largo è un contenitore che tiene insieme sensibilità molto diverse — e la storia recente insegna quanto quella diversità possa diventare paralisi.
Ma quello che è cambiato, dopo il referendum, è qualcosa di più sottile dei numeri. È la percezione che il vento possa girare. Che la narrazione della destra invincibile, dell’Italia che ha scelto e non cambia idea, non sia più così solida come sembrava. Che gli italiani — quegli italiani tanto invocati — abbiano ancora la capacità di sorprendere chi li dava per acquisiti.
Il centrosinistra però ha un problema che i sondaggi non mostrano ma che chiunque frequenti la politica conosce bene: non ha un candidato premier condiviso e non ha un programma per il prossimo mandato. Schlein o Conte?
Per chi crede che la democrazia sia una forma di responsabilità condivisa, e non uno strumento nelle mani di chi sa maneggiarla meglio, è una notizia tutto sommato confortante. Il corpo elettorale, come ogni corpo vivo, respira. E quando smette di respirare nella direzione attesa, i piani cambiano.
Anche quelli di chi era convinto di sapere già come sarebbe andata a finire.
