A Gaza si soffre la fame e il freddo mentre Trump a Davos fa proclami di pace
A Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, la pace non ha ancora il volto delle conferenze internazionali né il linguaggio dei piani di ricostruzione. Ha piuttosto l’odore acre della plastica bruciata nei campi profughi, dove uomini, donne e bambini scavano a mani nude tra i rifiuti per trovare qualcosa da accendere e resistere al freddo dell’inverno.
Le temperature notturne scendono sotto i dieci gradi e centinaia di migliaia di palestinesi vivono ancora in tende o edifici sventrati da due anni di guerra. Il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, entrato in vigore a ottobre, ha ridotto l’intensità dei combattimenti, ma non ha restituito una vita dignitosa. Il contrasto è stridente con quanto avveniva negli stessi giorni a Davos, dove leader mondiali e rappresentanti economici inauguravano il “Board of Peace” voluto da Donald Trump per il futuro di Gaza, parlando di sviluppo, investimenti e “potenziale” del territorio.
Sul terreno, però, la sopravvivenza resta la priorità assoluta. Il flusso di aiuti umanitari è aumentato rispetto ai mesi più duri del conflitto, ma per molti abitanti carburante, legna da ardere e gas restano introvabili o economicamente inaccessibili. Cercare legna è pericoloso: due ragazzi di tredici anni sono stati uccisi mentre tentavano di raccoglierla. Per questo, bruciare plastica e carta diventa una scelta obbligata, pur nella consapevolezza dei rischi per la salute.
«Non possiamo nemmeno prepararci una tazza di tè», raccontano alcune madri nei campi. Le famiglie hanno perso le case, i figli sono rimasti feriti, il lavoro è scomparso. In questo contesto, le grandi architetture diplomatiche appaiono lontane, quasi astratte. Molti guardano con scetticismo al nuovo organismo internazionale: l’idea che vi partecipino anche rappresentanti israeliani viene percepita da alcuni come una beffa, da altri semplicemente come qualcosa che non incide sulla quotidianità immediata.
La tregua, inoltre, non ha fermato del tutto la violenza. Colpi di artiglieria e sparatorie continuano a mietere vittime, mentre giornalisti locali – fondamentali per raccontare ciò che accade, dato il blocco all’ingresso dei reporter internazionali – continuano a morire sotto i bombardamenti. La distanza tra il racconto ufficiale di una transizione verso la pace e la realtà di una popolazione che lotta per scaldarsi è sempre più evidente.
Il rischio, oggi, è che Gaza venga nuovamente pensata dall’alto: come spazio geopolitico da amministrare, come progetto di ricostruzione da pianificare, più che come comunità ferita da accompagnare. Prima delle mappe e dei board, prima dei fondi e delle promesse, c’è una domanda elementare che sale dai campi profughi: come sopravvivere domani mattina.
Finché la pace resterà un orizzonte annunciato nelle sale conferenze e non una trasformazione concreta delle condizioni di vita, per molti abitanti di Gaza il futuro continuerà ad assomigliare al presente: una notte fredda, un fuoco improvvisato, e la sensazione che il mondo discuta di loro senza davvero vederli.
