Bombardato il South Pars. Israele soffia sul fuoco, Washington esegue
Quando si distrugge un giacimento di gas, non si colpisce un regime. Si colpisce un popolo per le prossime generazioni.
C’è un momento in cui una guerra smette di essere una guerra e diventa qualcos’altro — qualcosa per cui non abbiamo ancora un nome preciso. Quel momento, in Medio Oriente, potrebbe essere già arrivato.
Il bombardamento del giacimento di South Pars, nel Golfo Persico, segna un salto di qualità che merita di essere chiamato con chiarezza. Non si tratta di colpire una base militare, un sito nucleare, un deposito di missili. South Pars fornisce tra il 70 e il 75 per cento di tutto il gas naturale iraniano. La maggior parte dell’elettricità del paese dipende da centrali a gas. Distruggerlo — o anche solo danneggiarlo gravemente — significa spegnere le luci, i riscaldamenti, gli ospedali di ottanta milioni di persone. Significa ipotecare il futuro energetico di un paese per decenni. Non è una mossa militare: è una sentenza contro una popolazione civile e contro le generazioni che verranno.
Che questa scelta sia stata presa in coordinamento tra Israele e Stati Uniti — come confermato da fonti di sicurezza israeliane ad Axios — la rende ancora più grave sul piano del diritto internazionale, e ancora più rivelatrice sul piano strategico. Perché svela finalmente l’obiettivo reale di questa guerra, che non è mai stato il nucleare iraniano. Lo ha detto, con una franchezza quasi imbarazzante, la stessa direttrice dell’intelligence nazionale americana Tulsi Gabbard: dopo l’Operazione Midnight Hammer, il programma di arricchimento iraniano è stato completamente distrutto, e da allora non ci sono stati tentativi di ricostruirlo. La minaccia “imminente” invocata da Trump il 28 febbraio per giustificare l’attacco non esisteva.
Eppure la guerra continua, e si allarga. Sui media israeliani, con poche eccezioni, prevale una voce che un analista — il tenente colonnello Amit Yagur, su Maariv — ha avuto il merito di esplicitare senza infingimenti: Larijani era pericoloso non perché fosse un falco, ma perché era un interlocutore. Sapeva parlare all’Occidente nella sua lingua. Per questo andava eliminato. In questa logica, un nemico con cui si potrebbe negoziare è più minaccioso di uno con cui si può solo combattere. La pace, insomma, è il vero nemico.
Il greggio sfiora i 110 dollari al barile. Il gas iraniano verso l’Iraq è interrotto. Il Qatar — che condivide con l’Iran lo stesso bacino energetico di South Pars — ha condannato gli attacchi come un “passo pericoloso e irresponsabile”. L’Iran minaccia ritorsioni contro le infrastrutture energetiche di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati. Trump agita lo spettro di colpire l’isola di Kharg, da cui transita il 90 per cento delle esportazioni petrolifere iraniane. Ogni mossa produce la mossa successiva, ogni escalation genera la risposta che giustifica la prossima escalation.
Oltre 1.300 civili iraniani morti dall’inizio delle ostilità. Centinaia in Libano. Decine in Israele. Soldati americani caduti. E un sostegno alla guerra in Israele che oscilla stabilmente tra il 70 e l’80 per cento, spiegato con disarmante cinismo da un giornalista locale: agli israeliani è stata chiesta soltanto una “guerra di lusso”, con rischi bassi e vita quotidiana quasi normale.
Quasi normale. Per ora.
Perché la caratteristica di questa guerra — la sua natura più insidiosa — è che i costi veri verranno dopo. Li pagherà la popolazione iraniana al buio e al freddo. Li pagherà il mercato energetico globale. Li pagherà il Libano, tagliato fuori dai ponti distrutti sul Litani. Li pagherà chiunque, in qualunque paese, dipenda dalla stabilità di quello stretto di mare che si chiama Hormuz.
Una guerra può avere obiettivi dichiarati e obiettivi reali. Può avere una fine e un dopodomani. Quello che sta accadendo nel Golfo Persico suggerisce che qualcuno ha smesso di pensare al dopodomani — o peggio, che il dopodomani lo ha già calcolato, e ha deciso che non è un problema suo.
