Si insedia l’arcivescovo anglicano di Canterbury. Per la prima volta una donna
Sessant’anni fa, il 24 marzo 1966, un gesto semplice cambiò la storia. Paolo VI e l’arcivescovo Michael Ramsey si incontrarono a Roma, si abbracciarono, firmarono una dichiarazione comune. Non era la riunificazione — nessuno si illudeva — ma era qualcosa di più di un protocollo diplomatico: era il riconoscimento reciproco che la frattura consumatasi nel 1534, quando Enrico VIII strappò la Chiesa d’Inghilterra da Roma per ragioni che avevano più di geopolitica che di teologia, aveva prodotto una ferita che entrambe le parti sentivano come tale.
Da quel giorno, molto è cambiato. Molto, però, non è ancora cambiato abbastanza.
La notizia che il nuovo arcivescovo di Canterbury, Sarah Mullally, incontrerà papa Leone XIV a fine aprile durante il suo viaggio a Roma arriva carica di significati che vanno ben oltre l’agenda diplomatica. Arriva due giorni dopo il suo insediamento ufficiale. Arriva mentre il cardinale Kurt Koch consegna nella Chapel of our Lady Martyrdom — luogo simbolicamente denso, dedicato ai martiri anglicani — una lettera di auguri e benedizioni del pontefice. Arriva, insomma, con la velocità e la calore di un gesto voluto, non di un adempimento formale.
E arriva con una novità che non è secondaria: per la prima volta nella storia, la massima autorità spirituale della Comunione Anglicana è una donna. Sarah Mullally — già infermiera, già vescovo di Crediton e di Londra — porta con sé, nella sua stessa persona, uno dei nodi irrisolti del dialogo ecumenico. Perché la Chiesa cattolica non ordina donne al sacerdozio, e la questione dell’ordinazione femminile è stata, dagli anni Novanta in poi, uno degli scogli più aspri nel cammino comune. Giovanni Paolo II, nel 1994, chiuse il dibattito con la Ordinatio Sacerdotalis dichiarando la questione “definitivamente” non aperta. Gli anglicani, nel frattempo, hanno proceduto: prima le donne prete, poi le donne vescovo, ora una donna arcivescovo di Canterbury.
Eppure i due si incontreranno. E questo, in sé, è già una risposta.
La storia dei rapporti tra Santa Sede e Chiesa anglicana è una delle più tormentate e insieme delle più feconde dell’ecumenismo moderno. Dopo lo strappo enriciano e i secoli di diffidenza reciproca — segnati da martiri da entrambe le parti, da scomuniche e da guerre di religione che insanguinarono l’Europa — la svolta arrivò con il Concilio Vaticano II. Paolo VI e Ramsey nel ’66 istituirono la Commissione Internazionale Anglicano-Cattolica Romana, l’ARCIC, che da allora ha prodotto documenti teologici di grande profondità su eucaristia, ministero, autorità nella Chiesa. Documenti che mostrano quanto le due tradizioni abbiano in comune, molto più di quanto la loro separazione farebbe supporre.
Giovanni Paolo II visitò la Cattedrale di Canterbury nel 1982 — prima volta di un pontefice romano in quel luogo — e pregò insieme all’arcivescovo Runcie sull’altare dei martiri. Benedetto XVI, nel 2010, incontrò Rowan Williams e istituì l’Ordinariato personale per gli anglicani che volessero entrare in plena comunione con Roma: un gesto generoso letto da alcuni come un’apertura, da altri come una pressione. Francesco ha continuato il dialogo con una franchezza affettuosa che gli è propria, incontrando più volte Justin Welby, il predecessore di Mullally, dimessosi nel 2024.
Leone XIV, americano e agostiniano, raccoglie questo filo con un’attenzione che sembra genuina. Le parole che ha inviato a Mullally — incoraggiamento, invocazione dello Spirito Santo, impegno condiviso — non sono formule di cortesia: sono il lessico vivo di un dialogo che vuole restare tale.
Mullally, dal canto suo, ha risposto con una frase che merita di essere presa sul serio: sono chiamata a servire come strumento di comunione all’interno della Comunione Anglicana e a ricercare la piena e visibile unità alla quale il Signore ci ha chiamati tutti. È una dichiarazione di intenti che non minimizza le differenze — sarebbe disonesto farlo — ma le colloca dentro un orizzonte più grande: quello della vocazione condivisa a essere, nel mondo, segno di qualcosa che supera le divisioni umane.
In un’epoca in cui il mondo sembra accelerare verso nuove fratture — politiche, culturali, identitarie — due grandi tradizioni cristiane che scelgono di parlarsi, di pregare insieme, di riconoscersi fraternamente nonostante tutto ciò che le divide, non è un fatto minore. Non è notizia da terza pagina.
È, semmai, una delle poche buone notizie che questo tempo ci consegna.
La piena unità visibile tra anglicani e cattolici è ancora lontana. Forse lontanissima. Le questioni teologiche aperte sono reali, non decorative: il primato del papa, l’apostolicità del ministero anglicano, i sacramenti, il ruolo delle donne. Nessuno dei due, né Leone XIV né Mullally, finge che si tratti di dettagli.
Ma il cammino vale anche quando la meta non si vede ancora. Forse vale soprattutto allora.
Sessant’anni fa due uomini si abbracciarono a Roma e firmarono la prima dichiarazione ecumenica formale tra le due chiese. Ad aprile, a Roma, un papa e una donna arcivescovo continueranno quel cammino. Con tutto il peso delle differenze sulle spalle, e con la stessa invocazione che li precede: vieni, Spirito Santo.
