Secondo un giornale tedesco la Guida suprema dell’Iran giace in luogo ignoto, forse incapace di intendere e di volere. Nel vuoto che si apre, avanza l’uomo dei Pasdaran che ha sempre saputo restare in piedi quando gli altri cadevano.

C’è qualcosa di brechtiano nella storia che si sta consumando a Teheran in queste settimane. Un trono vuoto — o quasi — al cui capezzale si affollano i pretendenti, mentre il suo nuovo occupante giace in un luogo imprecisato, forse ignaro persino di essere, sulla carta, il Rahbar, “colui che guida”. .

Secondo quanto riferisce il quotidiano tedesco nd — che cita fonti dirette dall’Iran e dal personale dell’Ospedale Universitario Sina di Teheran — Mojtaba Khamenei, eletto Guida suprema sull’onda dei fucili dei Pasdaran, avrebbe riportato nell’attacco una frattura alla gamba e, soprattutto, una grave ipossia da seppellimento sotto le macerie. Ventilazione meccanica, coma farmacologico per almeno tre giorni, poi il trasferimento in luogo non specificato. Da allora, nessuna apparizione verificabile. Un breve video circolato in rete non offre garanzie di autenticità. Le conseguenze neurologiche di una simile privazione di ossigeno — avverte lo stesso giornale — possono essere valutate appieno soltanto a recupero concluso, e variano da individuo a individuo: settimane, forse mesi. Nel frattempo, non è chiaro se l’uomo sia in grado di parlare, di comprendere questioni complesse, di firmare un decreto. Né se sappia di essere, almeno formalmente, a capo di uno Stato in guerra.

Va da sé che queste informazioni andrebbero prese col beneficio d’inventario: provengono da fonti anonime, in un paese che criminalizza il giornalismo, in un momento in cui ogni voce è strumento di una fazione. Ma è precisamente questo il punto. Che siano vere o costruite ad arte, rivelano la natura del potere a Teheran: un potere che si esercita nell’assenza, che prospera nell’opacità, che non ha mai avuto bisogno di un volto presente per funzionare. La Costituzione iraniana, non a caso, codifica il ritorno del Mahdi — l’Imam Nascosto — come fondamento teologico della Repubblica islamica. Governare dall’ombra non è un’anomalia: è il modello.

Ed è in questa penombra che avanza la figura di Mohammad Baqer Ghalibaf.

Sessantaquattro anni, origini da Mashhad, la città santa, quattro candidature presidenziali andate a vuoto, presidente del Parlamento da due legislature: Ghalibaf è l’uomo che il sistema ha sempre usato senza mai premiare del tutto. Un tecnocrate dei Pasdaran, entrato nella milizia Basij durante la guerra contro l’Iraq, poi comandante dell’aeronautica dei Guardiani, poi capo della polizia, poi sindaco di Teheran per dodici anni, poi al Majlis. Una carriera che non ha mai raggiunto il vertice, ma che non ha mai smesso di tessere la rete giusta.

Con la morte di Ali Larijani — l’ultimo interlocutore capace di mediare tra le fazioni, eliminato da un attacco israeliano — lo spazio si è aperto. Ghalibaf non è un ideologo: è un connettore. Da presidente del Parlamento controlla il budget militare. Da vecchio amico di famiglia è ben visto dall’ufficio della Guida. Da ex comandante conserva rapporti d’acciaio con i Guardiani della Rivoluzione. È stato tra i sostenitori della nomina di Mojtaba, quando Larijani vi si opponeva. Ora che Larijani non c’è più, il campo è sgombro.

Rimane la domanda che nessuno a Teheran pronuncia ad alta voce: chi comanda, quando la Guida suprema non può comandare? I Pasdaran, per il momento, rispondono direttamente alla Guida stessa — e quindi, in sua assenza, a nessuno e a tutti insieme. Il presidente Peseshkian non ha autorità su di loro. È una situazione che i teorici del potere chiamerebbero interregno, e che nella storia persiana ha quasi sempre prodotto un uomo forte.

Ghalibaf non è il più carismatico. Non è il più colto. Non è il più puro sul piano rivoluzionario — le accuse di corruzione lo inseguono da decenni, mai sfociate in condanne, si dice grazie ai legami giusti negli ambienti giusti. Ma in un sistema dove il potere si misura in connessioni e non in voti, questo curriculum è esattamente ciò che serve.

L'”eterno candidato”, dunque, potrebbe finalmente spuntarla — non attraverso un’elezione, ma attraverso il vuoto lasciato da una Guida fantasma e da un rivale assassinato. La Storia, in Iran come altrove, non sempre premia i più meritevoli. Premia chi sa restare in piedi quando gli altri cadono.