Il cessate il fuoco tra Washington e Teheran non ha ancora asciugato l’inchiostro che Kiev ha già alzato la mano. Se la «decisività americana» funziona in Medio Oriente, ha scritto mercoledì il ministro degli Esteri ucraino Sybiga, allora funzioni anche sul fronte russo. È un appello logico, quasi commovente nella sua linearità. Peccato che la logica, in questa guerra, abbia smesso da tempo di essere la variabile determinante.
C’è un momento, nelle grandi crisi, in cui chi aspetta ai margini vede aprirsi una finestra e decide di buttarcisi dentro prima che si richiuda. Zelensky lo ha fatto mercoledì mattina, con quella tempestività che è diventata la sua firma: appena Trump ha annunciato il cessate il fuoco con l’Iran, Kiev ha lanciato il suo appello. «La determinazione americana funziona», ha scritto il ministro degli Esteri Sybiga sui social. «È tempo di sufficiente decisione per costringere Mosca a cessare il fuoco.» Zelensky ha fatto eco poco dopo: «L’Ucraina ha sempre chiesto un cessate il fuoco nella guerra condotta dalla Russia qui in Europa.»
Il ragionamento è impeccabile sulla carta. Se Trump ha fermato una guerra in Medio Oriente minacciando di distruggere «un’intera civiltà» e poi ritirandosi dalla minaccia in cambio di un accordo, perché non potrebbe fare lo stesso con Mosca? Se la pressione massima funziona con Teheran, dovrebbe funzionare con Putin.
Dovrebbe. Ma non funzionerà allo stesso modo, e Kiev lo sa.
Il Cremlino ha risposto con la consueta ambiguità calibrata: il portavoce Peskov ha detto che Mosca «spera» in nuovi colloqui trilaterali nel prossimo futuro. Non un sì, non un no — la risposta di chi vuole tenere aperto il canale senza offrire nulla di concreto. È la stessa postura che Putin mantiene da mesi, da quando i negoziati guidati dagli americani hanno prodotto una bozza che secondo europei, ucraini e americani è completa al novanta per cento, ma che il Cremlino continua a sabotare con pretesti sempre nuovi. A dicembre aveva fabbricato un attacco di droni ucraini alla sua residenza di Valdai per giustificare una linea più dura ai tavoli — la CIA aveva stabilito in meno di ventiquattr’ore che l’attacco non era mai avvenuto. A novembre aveva accusato Zelensky di corruzione per delegittimarne l’autorità negoziale. Il pattern è chiaro: Putin allunga, rimanda, inventa, e nel frattempo i suoi uomini avanzano sul campo.
Perché la differenza fondamentale tra l’Iran e la Russia non è di grado, ma di natura. L’Iran aveva un interesse economico immediato e bruciante nel riaprire lo stretto: ogni giorno di blocco costava miliardi, affossava i mercati, alimentava pressioni interne. La leva era reale, concreta, misurabile in dollari al barile. Putin non ha una leva equivalente. La Russia ha già incorporato il costo delle sanzioni nella sua economia di guerra. Il gas scorre ancora verso l’Ungheria di Orbán. I mercati dell’energia si sono parzialmente riadattati. E soprattutto: Putin non ha un’opposizione interna credibile che faccia pressione per la pace, né una piazza che scenda in strada. Ha un sistema di controllo abbastanza ermetico da resistere a pressioni che avrebbero fatto cadere governi altrove.
C’è poi il problema del negoziatore. Witkoff e Kushner — gli inviati americani che si aspettano di arrivare a Kiev dopo Pasqua ortodossa del 12 aprile, dopo essersi già recati a Mosca diverse volte — hanno già dimostrato una disponibilità a fare concessioni territoriali che Kiev considera inaccettabili. Il piano in venti punti messo sul tavolo a dicembre chiedeva all’Ucraina di rinunciare formalmente alle province occupate, di ridurre le forze armate da 880mila a 600mila uomini, di escludere la NATO dalla propria costituzione. Zelensky ha accettato molti di questi punti de facto, riconoscendo che non esiste un percorso militare per riprendere i territori persi. Ma continua a chiedere garanzie di sicurezza robuste — hub militari britannici e francesi sul territorio, monitoraggio americano del cessate il fuoco, un meccanismo vincolante che impedisca a Mosca di usare la tregua per riorganizzarsi e attaccare di nuovo. È la memoria di Minsk, sempre lì: accordi firmati, violati, ignorati.
Vance, parlando da Budapest — dove era impegnato nel suo pellegrinaggio presso l’alleato Orbán — ha detto mercoledì che la guerra in Ucraina si stava rivelando «la più difficile» da risolvere, e ha criticato i leader europei perché «non sembrano particolarmente interessati a risolvere questo conflitto». È una lettura parziale, per usare un eufemismo: sono proprio i francesi e i britannici ad aver promesso hub militari e garanzie concrete, mentre Washington tentenna sui punti che contano di più per Kiev. Ma la narrativa serve: se i negoziati falliscono, la colpa ricadrà sull’Europa intransigente o sull’Ucraina che non vuole la pace.
Nel frattempo le bombe non si sono fermate. Il 6 aprile Zelensky ha rinnovato la proposta di un cessate il fuoco energetico — stop agli attacchi alle infrastrutture civili, da entrambe le parti — trasmettendola a Mosca attraverso gli americani. La risposta russa era già arrivata qualche giorno prima: durante la proposta di tregua pasquale, Mosca aveva inviato droni Shahed sulle città ucraine. Nella sola notte tra il 6 e il 7 aprile, un drone russo aveva colpito un autobus a Nikopol alle nove di mattina durante l’ora di punta, uccidendo tre persone e ferendone sedici. Un bambino di undici anni era morto in un attacco nella regione di Dnipropetrovsk. Il Cremlino non ha commentato.
Questa è la finestra che Zelensky ha visto aprirsi mercoledì mattina, guardando il cessate il fuoco con l’Iran. È reale: l’attenzione di Trump tornerà sull’Ucraina, Witkoff e Kushner arriveranno a Kiev, i negoziati riprenderanno. È una finestra autentica, non un miraggio.
Ma le finestre si aprono e si chiudono. E dall’altra parte non c’è Araghchi con la sua lista di richieste economiche. C’è Putin, con la sua lista di territori.
Fermare l’Iran era una questione di petrolio. Fermare Putin è una questione di potere. E il potere non ha prezzo di mercato.
