Trent’anni fa la camorra lo uccise. Poi tentò di ucciderlo una seconda volta: con le calunnie. È quella seconda morte che la beatificazione, se verrà, dovrà risanare insieme alla prima.

Permettetemi di cominciare dalla fine. O meglio, da quello che venne dopo la fine.

Don Peppe Diana fu ammazzato il 19 marzo 1994, giorno di San Giuseppe, del suo onomastico, mentre usciva dalla sacrestia della chiesa di San Nicola a Casal di Principe. Un killer lo aspettava. Cinque colpi di pistola. La Messa delle 7,30 non la celebrò mai. Aveva trentatré anni — l’età, non sfugga, di un’altra morte che la Chiesa chiama martirio.

Ma i clan non si accontentarono. Nei giorni successivi all’omicidio, partì quella che il vescovo di Aversa chiama, con pudore diplomatico, «la macchina del fango». Giornali del casertano — alcuni dei quali è difficile non immaginare collusi o quantomeno intimiditi — cominciarono a insinuare. Don Peppe frequentava ambienti sbagliati. Don Peppe aveva storie. Don Peppe non era quello che sembrava. Il copione è antico quanto il potere criminale: non basta eliminare il corpo, bisogna eliminare il nome. Perché un martire con un nome pulito è più pericoloso da morto che da vivo.

Lo so per esperienza di prete e di uomo che ha vissuto in quella terra. Le menzogne sulla reputazione di don Peppe circolarono con una velocità che le verità non avranno mai. Le voci si infilano nelle case, nelle sagrestie, nei bar, nei circoli. E la gente, stanca e spaventata com’era in quegli anni di fronte alla violenza sistemica della camorra, a volte preferisce credere alla voce che assolve dalla responsabilità di reagire. Se don Peppe aveva qualcosa da nascondere, allora la sua morte era una faccenda tra criminali. E noi, onesta gente, potevamo restare al nostro posto.

Fu il vescovo di Caserta Raffaele Nogaro — uomo di Dio e di battaglia, che ci ha lasciati da qualche anno — a opporsi con più forza a quella campagna. Lo ricordo come uno che non abbassava la voce quando la verità lo richiedeva. Difese don Peppe con la stessa determinazione con cui don Peppe aveva difeso il suo popolo. Perché c’era un documento, firmato nel Natale del 1991 da don Peppe e dagli altri parroci di Casal di Principe, che diceva tutto quello che c’era da sapere sull’uomo: «In nome del mio popolo non tacerò». Non è la firma di un uomo che ha qualcosa da nascondere. È la firma di un uomo che ha scelto da che parte stare, e che sa cosa quella scelta può costargli.

Ci volle tempo. Ci vollero processi, sentenze, testimonianze. Ci volle la tenacia di persone come Valerio Taglione — scout con don Peppe, fondatore del Comitato che ne ha preservato la memoria, promotore della costituzione di parte civile dell’Agesci nel processo penale — per restituire a don Peppe il suo volto vero. Anche Taglione ci ha lasciati. È andato a raggiungere il suo parroco. Certi fedeli fanno così.

Oggi la diocesi di Aversa annuncia l’avvio del cammino verso la beatificazione. Il vescovo Mons. Angelo Spinillo, con la precisione teologica che la materia richiede, tiene a chiarire che non si tratta di un’onorificenza, né del riconoscimento di un’opera sociale — per quanto quell’opera sia stata immensa. È il riconoscimento che quella morte si collega a un cammino di fede. Martirio in odium fidei: ucciso per la fede. Non nonostante la fede, non accanto alla fede. Per la fede. Perché in quella terra, in quegli anni, opporsi alla camorra era un atto teologico prima che civile. Era affermare che esiste un ordine del mondo che non appartiene ai clan. Che la vita umana ha un valore che nessun boss può fissare.

Il vescovo cita Martin Luther King — e la citazione non è casuale, perché King è un altro martire che fu calunniato in vita e glorificato dopo: «Qualunque cosa facciate non finiremo di amarvi». È la logica del martire, spiega Spinillo. Il perdono non come resa, ma come eccedenza. Come affermazione che l’amore è più grande dell’odio anche quando l’odio ha una pistola.

Da prete, devo dire una cosa che forse suonerà strana. La beatificazione di don Peppe non mi interessa per quello che aggiunge a don Peppe. Don Peppe è già intero, già compiuto, già nella pace che noi cerchiamo e che lui ha trovato — a modo suo, a un costo che nessuno avrebbe dovuto pagare. La beatificazione mi interessa per quello che dice a noi. Dice che la Chiesa riconosce che in certi luoghi, in certi momenti storici, parlare dal pulpito con verità è un atto che può costarti la vita. Dice che il sacerdozio non è una protezione dall’orrore del mondo, ma una vocazione a entrarci dentro fino in fondo. Dice che «non tacerò» può essere un voto sacro quanto qualsiasi voto pronunciato in una cattedrale.

Sulla tomba di don Peppe è scritto: «Dal seme che muore fiorisce una messe nuova di giustizia e di pace». Trent’anni dopo, quella messe si vede. Si vede nelle generazioni di ragazzi di Casal di Principe che hanno scelto di non arruolarsi. Si vede nei presidi di legalità che portano il suo nome. Si vede nelle aule dei tribunali dove i clan che lo uccisero hanno preso le loro condanne. Si vede, oggi, nell’annuncio di un vescovo che alla fine del suo mandato — dopo aver cominciato la sua missione ad Aversa in preghiera davanti a quella tomba — decide che è il momento di dire: questo uomo era santo.

Il fango è stato lavato. Resta il seme.

E il seme, come sappiamo, è più forte di tutto.

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