C’è un’immagine che non dovrebbe esistere in nessun Paese che voglia ancora chiamarsi “democratico”: una ventina di civili invitati a visitare un carcere di massima sicurezza per guardare detenuti legati e stesi a terra, come si fa con gli animali dietro le sbarre. Un “tour” concluso — secondo ricostruzioni di stampa israeliana — con pranzo, sessione di domande e perfino sermone sul posto. Non è un’allegoria: è cronaca. E il fatto che sia stata raccontata anche da media israeliani è, paradossalmente, l’unico dettaglio che salva un frammento di verità dentro una macchina che sembra volerla cancellare.
La scena riguarda Nitzan, ma l’odore morale è lo stesso che sale da Ofer e dagli altri luoghi di detenzione divenuti, per ammissione indiretta, spazi di propaganda politica. In un Paese dove perfino la Croce Rossa — l’ICRC, che ha come compito proprio la visita ai detenuti — dichiara ufficialmente di non aver potuto visitare alcun detenuto palestinese in luoghi di detenzione israeliani dal 7 ottobre 2023, la parola “trasparenza” è diventata un insulto alla realtà.
Ecco perché l’idea del “safari” non è solo indecente: è strutturale. È la versione turistica di un sistema che, quando chiude le porte a avvocati, familiari e osservatori umanitari, si concede il lusso opposto: aprire a un pubblico amico, selezionato, “congregazionale”. La stampa israeliana riferisce che i visitatori sarebbero stati prelevati in autobus dall’area di Har Homa; l’Israel Prison Service ha confermato l’accompagnamento di un “rabbino e il suo entourage” per un sermone e una visita, senza smentire gli altri dettagli del racconto.
Qui non siamo davanti a un eccesso marginale. Siamo davanti a un capovolgimento: la punizione diventa spettacolo, la privazione di diritti diventa “esperienza”, l’umiliazione diventa intrattenimento per iniziati. È la logica antica del circo, aggiornata alla politica contemporanea: creare consenso non mostrando giustizia, ma mostrando potenza.
E quando la potenza vuole essere applaudita, arriva la dichiarazione di chi governa la sicurezza come campagna elettorale permanente. In questi giorni il tema della pena di morte per “terroristi” (percepito e denunciato come provvedimento destinato soprattutto ai palestinesi) è tornato al centro del dibattito: il Knesset ha già avanzato in passato la proposta in prima lettura, e la retorica punitiva si è fatta sempre più esplicita.
In questa cornice, il “safari” è un messaggio: non basta controllare i corpi, bisogna controllare l’immaginario; non basta incarcerare, bisogna far vedere che si può umiliare.
Il punto, per un cattolicesimo sociale, è semplice: la dignità umana non dipende dal reato imputato, né dall’etichetta politica appiccicata al prigioniero. La dottrina cristiana non conosce “inermi” su cui esercitare vendetta in nome della sicurezza. Conosce persone. E conosce un criterio: se lo Stato ti nega il volto dell’altro, ti sta già chiedendo di sospendere la coscienza.
Non è un caso che, mentre si organizzano tour e dessert, continuino a emergere — da organismi indipendenti — testimonianze di abusi gravissimi nelle detenzioni: il Committee to Protect Journalists, in un report recente basato su decine di testimonianze, descrive pestaggi sistematici, privazioni, violenze sessuali e umiliazioni, con riferimenti anche a Ofer e a Sde Teiman.
Non è “propaganda”: è materiale raccolto, incrociato, pubblicato. E, soprattutto, è coerente con ciò che accade quando un sistema diventa buco nero: l’assenza di controllo esterno genera abuso interno.
A quel punto la domanda non è più “che cosa hanno fatto i detenuti”, ma che cosa sta diventando chi li detiene. Perché un potere che trasforma la sofferenza in dimostrazione pubblica perde il senso della misura, poi il senso della legge, infine il senso dell’umano. E quando l’umano evapora, il conflitto non si risolve: si santifica la brutalità.
Il “safari” nel carcere non è solo un oltraggio ai palestinesi. È un oltraggio anche a Israele, alla sua coscienza democratica, alla sua tradizione giuridica, alle voci israeliane che da anni denunciano derive e violenze. È una notizia che grida una verità amara: quando l’umiliazione diventa rituale, la civiltà è già in ritirata.
E noi, qui, da credenti nel “Dio di Abramo”, non possiamo cavarcela con il commento tiepido. Perché la neutralità davanti alla disumanizzazione non è equilibrio: è abitudine. E l’abitudine è la prima vittoria dell’ingiustizia.
