Il tram che esce dai binari e la città che scopre la fragilità. Fattore umano o tecnico?

Milano si è svegliata con una domanda che pesa più del rumore dei telegiornali: com’è possibile che un tram, in una delle città più “organizzate” d’Europa, finisca fuori dai binari e si schianti contro una vetrina nel cuore urbano, lasciandosi dietro due morti e decine di feriti? Il deragliamento del tram 9, avvenuto nel pomeriggio di venerdì 27 febbraio 2026in viale Vittorio Veneto, all’angolo con via Lazzaretto (zona Porta Venezia), è diventato in poche ore qualcosa di più di un incidente: un test sulla tenuta quotidiana della sicurezza pubblica.  

Secondo le ricostruzioni, il convoglio ha lasciato la sede ferroviaria e ha terminato la corsa contro la vetrina di un esercizio commerciale, travolgendo persone sul marciapiede. I soccorsi sono stati massicci: ambulanze, protezione civile, allestimenti d’emergenza sul posto, mentre i feriti venivano smistati negli ospedali cittadini.  

Il bilancio è tragico e definitivo: le vittime sono Ferdinando Favia (59 anni) e Johnson Okon Lucky (49 anni).  

Nel frattempo, la Procura di Milano ha aperto un fascicolo e le indagini – delegate alla Polizia locale – stanno cercando di capire se si sia trattato di un concatenarsi di errori, di un malore, di un problema tecnico o di una combinazione di fattori.  

Nelle ultime ore è arrivato un passaggio formale che, da solo, racconta il livello di attenzione: il conducente è stato iscritto nel registro degli indagati per le ipotesi di disastro ferroviario colposo, oltre a omicidio colposo e lesioni colpose (un atto dovuto in indagini di questo tipo, ma politicamente e mediaticamente inevitabile).  

Sul tavolo ci sono anche i dispositivi di sicurezza: gli inquirenti stanno verificando il funzionamento dei sistemi di controllo del mezzo, incluso il cosiddetto “uomo morto” e altri meccanismi di sorveglianza che dovrebbero arrestare il tram se il conducente non compie azioni attive per un certo lasso di tempo. Se quei sistemi hanno funzionato, e se non hanno funzionato, perché: è una delle domande chiave.  

Milano, intanto, fa ciò che fa sempre quando un fatto rompe la routine: prova a ripristinare ordine e a proteggere la propria immagine. Ma l’immagine, questa volta, non basta. Perché un tram non è un aereo: è la normalità che passa sotto casa, è fiducia quotidiana. E quando la normalità deraglia, la città capisce che la sicurezza non è un titolo di giornale: è un insieme di procedure, manutenzioni, controlli, formazione, verifiche, e anche – se sarà accertato – di condizioni umane e di vigilanza.

Ora la risposta non può essere né il fatalismo (“può succedere”) né il capro espiatorio (“colpa di uno solo”). Serve chiarezza rapida, pubblica, documentata: sulle cause, sui dispositivi, sulle responsabilità, e su ciò che va cambiato perché un evento così non diventi precedenza. Perché due vite non sono una statistica, e un sistema di trasporto non si difende con le scuse: si difende con la verità e con le correzioni conseguenti.