C’è una tentazione antica, quasi irresistibile, nel leggere il conflitto mediorientale attraverso la lente della religione. Sciiti contro sunniti, la grande frattura dell’Islam nata sul corpo ancora caldo del Profeta, la disputa sulla successione che tredici secoli non hanno saputo sanare. È una narrazione seducente, perché semplifica ciò che è intricato e offre al lettore occidentale un orizzonte familiare quello delle guerre di religione, delle crociate, degli ugonotti. Ma è, nella sostanza, una narrazione falsa.
Chi conosce il mondo islamico dall’interno sa che la distanza teologica tra la sponda sciita e quella sunnita dell’Islam è reale, radicata, e tuttavia quasi irrilevante rispetto alle dinamiche che governano le crisi contemporanee. L’Iran non ha attaccato i suoi vicini per questioni di fiqh o di imamato. Israele e gli Stati Uniti non hanno pianificato le loro mosse guardando ai libri sacri. Quello che muove le pedine su questa scacchiera è molto più prosaico, e molto più antico della teologia: è l’interesse. Il gas. Il petrolio. Le rotte energetiche che attraversano lo Stretto di Hormuz come arterie di un corpo globale che non può permettersi di perdere un colpo.
La rivoluzione iraniana del 1979 fu, nella sua prima stagione, un sogno condiviso. I movimenti islamisti sunniti guardarono con simpatia a Khomeini non per affinità dottrinale, ma perché egli aveva fatto ciò che molti sognavano: rovesciare un ordine imposto dall’esterno, sfidare tanto il capitalismo occidentale quanto il comunismo sovietico, costruire qualcosa di originale sui mattoni della propria tradizione. Era un gesto di sovranità culturale prima ancora che religiosa. Poi vennero la guerra con l’Iraq, i Pasdaran, il consolidamento di un potere militare che progressivamente oscurò quello dei teologi. E il sogno si trasformò in un regime come gli altri: preoccupato soprattutto di sopravvivere a se stesso.
Oggi Teheran si trova più sola di quanto sia stata da decenni. L’asse della resistenza ha subito colpi gravi. Hezbollah è stato indebolito. Assad è fuggito da Damasco. E il processo di normalizzazione arabo-israeliana, che aveva già ridisegnato silenziose alleanze tra le petromonarchie del Golfo e lo Stato ebraico, ha lasciato l’Iran fuori da qualsiasi tavolo che conti. La risposta militare era quasi inevitabile — non per ragioni religiose, ma per quella logica elementare della geopolitica che impone di reagire quando ci si sente accerchiati. E le conseguenze più immediate si misurano in dollari: il prezzo del gas sale, quello del petrolio segue. I mercati capiscono prima dei commentatori dove batte il cuore di questo conflitto.
Nel frattempo, a Gaza, la guerra ha assunto i contorni di una catastrofe dimenticata. Padre Romanelli, un sacerdote argentino, celebra messa tra le macerie, conta i bambini scalzi che camminano nell’acqua sporca, constata che perfino i fiammiferi sono diventati un lusso. I palazzi di Jabalia e di Shuja’iyya sono scomparsi sotto uno strato di erba verde dopo le piogge, la natura che ricopre le rovine con la stessa indifferenza con cui i telegiornali le coprono con altre notizie. Chilometri di tende lungo la costa. Gente che vende tutto per comprare del pane. Una professoressa musulmana che chiede al parroco cattolico un mese di pace per poter dormire tranquilla.
È in questi dettagli minuti — i fiammiferi, le scarpe, i quaderni che mancano — che la guerra mostra il suo vero volto, quello che le analisi geopolitiche non riescono a catturare. E tuttavia sarebbe ingenuo pensare che il dialogo interreligioso, per quanto prezioso, possa da solo fermare una spirale che risponde a logiche di potere e di profitto. I saggi di Qom non comandano i Pasdaran. I teologi di Gerusalemme non muovono i cacciabombardieri. Papa Leone XIV chiede il disarmo, e la sua voce attraversa il cielo della Terra Santa insieme al fragore dei missili — un contrappunto straziante che dice tutto sull’abisso tra la parola e il gesto.
Eppure il dialogo non si interrompe. Le persone che lo praticano, annotano gli osservatori più lucidi, continuano — anzi, forse con rinnovata ostinazione, come si fa con le cose che si ama quando qualcuno minaccia di distruggerle. La Lateranense e Qom avevano costruito ponti di carta e di incontro. Quei ponti resistono, anche sotto i bombardamenti, nella misura in cui resistono le persone che li abitano.
La speranza, in un quadro così cupo, non è ingenua fiducia nel lieto fine. È piuttosto la scelta di non cedere alla tentazione opposta — quella del cinismo totale, che finisce per fare il gioco di chi vuole che non esista alternativa alla guerra ad oltranza. Una tregua, anche fragile, anche provvisoria, riconsegnerebbe spazio alla diplomazia e alla mediazione. Non risolverebbe nulla da sola. Ma almeno consentirebbe alle voci più quiete — quelle dei credenti, degli educatori, dei medici, dei sacerdoti tra le macerie — di essere ascoltate senza dover competere con il rumore delle esplosioni.
Perché alla fine, al di là degli interessi petroliferi e delle strategie regionali, ciò che rimane è quella professoressa musulmana che chiede un mese di sonno tranquillo. È un’ambizione modestissima. Ed è, in questo momento, quasi rivoluzionaria.
