Leone XIV celebra nella basilica di San Pietro la Messa crismale. Quasi 2000 sacerdoti concelebranti
Il primo Giovedì Santo di Leone XIV: un’omelia densa di teologia missionaria, tre segreti del Vangelo e la citazione di Romero. Il nuovo papa parla come chi ha già scelto da che parte stare
C’è un momento, nella vita di ogni uomo pubblico, in cui le parole smettono di essere comunicazione e diventano rivelazione. Quando il Papa parla per la prima volta in solitudine — non alla folla di piazza San Pietro, non davanti alle telecamere del mondo, ma ai suoi preti, nel silenzio eucaristico di un Giovedì Santo — dice chi è davvero. O almeno, chi vuole essere. Leone XIV ha parlato stamane nella Basilica Vaticana, presiedendo per la prima volta come Vescovo di Roma la Messa Crismale. E le sue parole meritano di essere lette con la lentezza che richiedono: non come un discorso, ma come un manifesto interiore.
Il contesto: cosa è la Messa Crismale
Per chi non è addentro al calendario liturgico: la Messa Crismale è la celebrazione del Giovedì Santo in cui il vescovo, riunito con tutto il suo presbiterio, benedice i tre oli sacri che serviranno durante l’anno nei sacramenti. Ma è soprattutto il momento in cui i sacerdoti rinnovano le promesse fatte il giorno della loro ordinazione. Non è dunque una messa “per” i fedeli: è una messa dei preti, con il loro vescovo, in quella che la teologia chiama la manifestazione più piena della Chiesa particolare. Quando il Papa presiede questa liturgia, è il pastore universale che parla ai suoi pastori. È il momento più interno, più domestico, più autentico del magistero.
Leone XIV ha scelto di dedicare questa prima omelia crismale alla missione. Non alla dottrina, non alla disciplina, non alle sfide della modernità secolarizzata. Alla missione. E l’ha scomposta in tre movimenti che, letti insieme, tracciano una linea teologica precisa — e una continuità pastorale altrettanto precisa con il pontificato di Francesco.
Il primo segreto: il distacco
Il primo movimento che Leone XIV individua nella missione cristiana è quello del distacco. Lo illustra attraverso la scena evangelica di Gesù che ritorna a Nazaret «secondo il suo solito» — nella sinagoga del suo villaggio, del luogo in cui è cresciuto — ma per inaugurare qualcosa di radicalmente nuovo. «Dovrà ora partire definitivamente da quel villaggio», dice il Papa, «affinché maturi ciò che vi è germogliato, sabato dopo sabato, nell’ascolto fedele della Parola di Dio». E poi la frase che suona come un avvertimento: «Ugualmente chiamerà altri a partire, a rischiare, perché nessun luogo diventi un recinto, nessuna identità una tana».
Nessun luogo diventi un recinto, nessuna identità una tana. È una frase che vale per i missionari in senso stretto, ma vale anche per le istituzioni. Vale per una Chiesa che potrebbe essere tentata di chiudersi nella nostalgia di se stessa, di trasformare la tradizione in fortezza, la comunità in tribù, l’identità cattolica in bunker identitario. Leone XIV lo dice con la mitezza di chi cita il Vangelo, ma lo dice chiaramente: la missione comincia da un atto di abbandono. «Non c’è pace senza partenze, non c’è consapevolezza senza distacco, non c’è gioia senza rischio». Tutto si ritrova, aggiunge, solo se prima è lasciato andare. È la logica del chicco di grano. È la logica pasquale portata all’interno della psicologia del credente.
Il secondo segreto: l’incontro
Il secondo movimento è quello dell’incontro — e qui il tono si fa più esplicito, quasi polemico nella sua dolcezza. Leone XIV ricorda che «nel corso della storia la missione è stata non di rado stravolta da logiche di dominio, del tutto estranee alla via di Gesù Cristo». Cita Giovanni Paolo II che riconobbe, con «lucidità e coraggio», come tutta la Chiesa porti il peso degli errori di chi l’ha preceduta. E da questa premessa storica trae una conseguenza pastorale: «né in ambito pastorale, né in ambito sociale e politico il bene può venire dalla prevaricazione».
È una frase che scavalca i confini dell’omelia e parla al mondo. In un tempo in cui le religioni vengono usate come strumenti di identità politica, in cui il cristianesimo è evocato da movimenti che ne tradiscono ogni principio fondamentale, il Papa dice: il metodo del Vangelo è la condivisione della vita, il servizio disinteressato, il dialogo, il rispetto. È «la via dell’incarnazione, che sempre di nuovo prende forma di inculturazione». E poi cita un passaggio bellissimo di Carlo Maria Martini sullo Spirito Santo: «C’è, anche oggi, come al tempo di Gesù e degli Apostoli: c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo».
La citazione di Martini non è casuale. Il cardinale arcivescovo di Milano era il simbolo di un cattolicesimo aperto, dialogante, innamorato della Parola e rispettoso della coscienza. Citarlo in una Messa Crismale, davanti ai sacerdoti del mondo, è un segnale di appartenenza a una famiglia spirituale. Poi arriva la frase forse più sorprendente, quella che spiega la scelta del termine: «Siamo ospiti: lo siamo come vescovi, come preti, come religiose e religiosi, come cristiani. Per ospitare, in effetti, dobbiamo imparare a farci ospitare». Il missionario non è il conquistatore che porta la civiltà ai barbari. È l’ospite che bussa alla porta dell’altro e chiede di essere accolto. Che mette il Vangelo non in cima a una gerarchia, ma nel cuore di una relazione.
È esattamente la teologia missionaria di Francesco — quella dell’Evangelii Gaudium, quella del «periferie esistenziali», quella della Chiesa in uscita. Leone XIV cita esplicitamente quel documento, quasi a stabilire una continuità non solo spirituale ma programmatica. Il passo scelto è quello sulle «enormi geografie umane dove il cristiano non suole più essere promotore o generatore di senso», e sull’urgenza di «raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle città». Non riconquista. Presenza. Non crociata. Incontro.
Il terzo segreto: la croce
Il terzo movimento è il più arduo, e il Papa lo sa. È quello della croce come parte costitutiva della missione — non come incidente di percorso, non come prezzo da pagare, ma come struttura interna dell’annuncio cristiano. Leone XIV lo introduce attraverso la scena drammatica di Nazaret che la liturgia aveva omesso: gli abitanti della sinagoga che, dopo aver ascoltato Gesù, «si riempirono di sdegno», lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero «fin sul ciglio del monte, per gettarlo giù». Ma Gesù «passando in mezzo a loro, si mise in cammino». Non fuggì. Passò attraverso.
«La croce è parte della missione», dice il Papa senza attenuanti. «L’invio si fa più amaro e spaventoso, ma anche più gratuito e dirompente». E poi quella frase che illumina tutto con una luce diversa: «L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata». In un mondo in cui le potenze si contendono il pianeta — militarmente, economicamente, culturalmente — il Papa indica un’altra forma di presenza: quella del Messia povero e rifiutato che «precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova». Non è rassegnazione. È la più radicale delle rivoluzioni: quella che smonta il potere dall’interno, rifiutando di usarne le armi.
E qui Leone XIV compie il gesto più personale e più toccante di tutta l’omelia: cita Óscar Romero. Vescovo martire dell’El Salvador, ucciso sull’altare il 24 marzo 1980 perché aveva scelto i poveri contro i militari. Lo cita attraverso le parole scritte sul suo quaderno degli Esercizi spirituali un mese prima della morte, quando già sapeva di essere in pericolo: «Mi basta, per essere felice e fiducioso, sapere con certezza che in Lui è la mia vita e la mia morte; che, nonostante i miei peccati, in Lui ho riposto la mia fiducia e non resterò confuso, e altri proseguiranno, con più saggezza e santità, il lavoro per la Chiesa e per la patria».
Non si cita Romero per caso. Non si cita Romero senza sapere cosa si dice. Romero è il simbolo di una Chiesa che ha pagato con il sangue la scelta dei poveri contro i poteri del mondo. Citarlo alla prima Messa Crismale significa dire ai propri sacerdoti: questa è la tradizione in cui mi riconosco. Questa è la croce di cui parlo. Non una croce decorativa. Una croce con un nome e una data.
La linea di continuità
Tre citazioni in un’omelia: Martini, Francesco, Romero. Tre nomi che formano una costellazione precisa nel firmamento cattolico contemporaneo. Tre figure accomunate dall’amore per i poveri, dalla diffidenza verso il potere, dalla convinzione che il Vangelo sia sempre più grande delle istituzioni che lo custodiscono.
Leone XIV non ha rupture clamorose da annunciare. Non ha bisogno di polemizzare né di marcare distanze. Basta citare chi cita, e il programma è chiaro. C’è una linea — dal Concilio Vaticano II a Paolo VI, da Giovanni Paolo II che si inginocchia a chiedere perdono per gli errori storici della Chiesa, a Francesco che porta l’Evangelii Gaudium e la sinodalità, fino a questo primo Giovedì Santo di Leone XIV — che è la linea di una Chiesa che cerca di essere fedele non alla propria potenza ma alla propria povertà. Non al proprio dominio ma al proprio servizio.
L’ora è «oscura», dice il Papa alla fine. Non lo dice per rassegnazione: lo dice come lo direbbe un soldato che guarda il campo di battaglia e sceglie comunque di avanzare. «È piaciuto a Dio inviarci a diffondere il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte». Il profumo — quello del crisma benedetto stamane, quello che i sacerdoti portano nelle case dei moribondi, nelle carceri, negli ospedali, nelle periferie — contro l’odore della morte. È un’immagine antica come la Scrittura e moderna come questa mattina.
Il vescovo di Roma
Leone XIV ha detto una cosa, quasi di passaggio, che merita di essere sottolineata. Ha detto: «Nel primo anno in cui presiedo la Messa Crismale come Vescovo di Roma». Non come Papa. Non come Pontefice. Come Vescovo di Roma. È la scelta linguistica di Francesco, quella che sottolinea la dimensione episcopale, locale, incarnata del ministero petrino contro ogni tentazione di potere assoluto e disincarnato.
Un papato si capisce spesso dai suoi primi gesti. Dai nomi scelti, dalla forma degli abiti, da chi si cita e chi si tace. Leone XIV ha scelto il nome di un papa della dottrina sociale — Leone XIII, l’enciclica Rerum Novarum — ma prega come Martini, cita come Francesco, muore come Romero. Almeno nelle intenzioni di questa mattina, in quella basilica che odora di crisma e di cera, di fronte ai suoi sacerdoti che hanno rinnovato le promesse.
Vedremo se le parole diventeranno storia. Ma intanto, le parole ci sono. E sono parole che sanno da dove vengono.
Nella Basilica Vaticana, per la prima Messa Crismale del suo pontificato, Leone XIV consegna ai sacerdoti del mondo una meditazione sulla missione cristiana in tre movimenti: il distacco, l’incontro, la croce. E cita Martini, Francesco, Romero. Non è un caso. È un programma

