C’è un tono misurato, quasi chirurgico, nella sintesi che il cardinale Petrocchi consegna a Leone XIV sul diaconato femminile. Nessun colpo di scena, nessuna “rivoluzione rosa”, ma neppure una chiusura blindata. È il classico documento che molti leggeranno come un no, mentre in realtà è “solo” un non ancora. E proprio qui si gioca la vera partita ecclesiale.
La fotografia che emerge dalle tre sessioni della Commissione è nitida:
– sul piano storico, il diaconato femminile è esistito, ma non come copia speculare del diaconato maschile;
– sul piano teologico-dottrinale, non c’è consenso sufficiente per dire che le donne possano ricevere il sacramento dell’Ordine nel suo primo grado;
– sul piano pastorale, è palpabile l’urgenza di riconoscere, valorizzare, istituzionalizzare in modo nuovo la diaconia delle donne.
In altri termini: la storia apre spazi, la dogmatica frena, la pastorale incalza.
Due scuole, un bivio
Il testo lo dice con una chiarezza rara in documenti di questo tipo: la Chiesa si trova davanti a due scuole teologiche che non convergono.
Da un lato c’è la linea che insiste sul fatto che il diacono è ordinato “ad ministerium, non ad sacerdotium”. Se il diaconato non è orientato all’Eucaristia in modo diretto, ma al servizio della Parola, della carità, della comunità, allora — argomentano questi teologi — nulla vieterebbe, in linea di principio, l’accesso delle donne. Tanto più in un tempo in cui le donne già svolgono, di fatto, ruoli di tipo diaconale, soprattutto in comunità prive di presbiteri.
Dall’altro lato, la scuola che vede l’Ordine come un unico sacramento articolato in tre gradi, tenuti insieme da una logica sponsale: Cristo Sposo e la Chiesa Sposa. Per questa prospettiva, la mascolinità di Cristo e dei ministri ordinati non è un dettaglio sociologico, ma un dato simbolico costitutivo. Se si apre alle donne il primo gradino dell’Ordine, perché negare il secondo e il terzo? E dunque, o si resta nella logica di Ordinatio Sacerdotalis (solo uomini all’Ordine), oppure si mette mano a tutto l’edificio.
Non è un dibattito accademico: è un bivio ecclesiale. E la Commissione, onestamente, ammette di non aver trovato un punto di sintesi.
Un “no” che non è definitivo
La frase chiave, quella che farà storia, è la tesi della seconda sessione: allo stato attuale, “si esclude la possibilità di procedere verso l’ammissione delle donne al diaconato inteso come grado del sacramento dell’Ordine”, pur riconoscendo che non si può formulare un giudizio definitivo “come nel caso dell’ordinazione sacerdotale”.
Tradotto: su donne e presbiterato la porta è stata chiusa in modo stabile; sul diaconato femminile, no. La porta non è aperta, ma neppure murata. È socchiusa, sorvegliata, affidata a un’ulteriore maturazione del sensus Ecclesiae.
Il voto dei membri lo conferma: 7 “placet”, 1 scheda bianca. La maggioranza c’è, ma non è granitica. Non siamo davanti a una definizione dogmatica, ma a una linea prudenziale, che invita a non forzare i tempi, senza zittire la ricerca.
C’è, in questo, un dato interessante: l’argomento decisivo non è storico (i dati non bastano), ma dottrinale. Come se il vero nodo non fosse “che cosa è accaduto nelle Chiese antiche”, bensì “che cosa significa oggi il sacramento dell’Ordine e quale immagine di Cristo e della Chiesa siamo chiamati a custodire”.
Le attese, le ferite, le illusioni
Colpisce la lucidità con cui la lettera legge anche le motivazioni di molte richieste provenienti dal basso. Non si limita alla casistica, entra nelle dinamiche profonde.
Molte donne, scrive la Commissione, descrivono il proprio lavoro in parrocchie e comunità come se questo, di per sé, fosse titolo sufficiente per esigere l’ordinazione. Altre invocano una “sensazione di chiamata” come prova decisiva. Altre ancora parlano di diaconato come riconoscimento, visibilità, rispetto, uguaglianza.
Dietro queste parole non ci sono capricci, ma ferite reali: anni di servizio non riconosciuto, competenze svalutate, ruoli “tappabuchi” mai assunti come ministeri stabili. È evidente che una parte del mondo femminile cattolico vive la mancata apertura all’Ordine come segno di minorità ecclesiale.
La Commissione, tuttavia, si rifiuta — a ragione — di ridurre il discernimento sacramentale a una questione di diritti o di carriera. Il sacramento dell’Ordine non è un premio per meriti, né un passaggio contrattuale. Se l’argomento principale per l’ordinazione fosse “lo facciamo già di fatto”, la Chiesa smetterebbe di chiedersi cosa significhi, in sé, essere diacono oggi.
Il testo, su questo, è netto: prima di decidere chi, occorre chiarire che cos’è il diaconato. E ammette che la stessa identità del diacono, in molte diocesi, è confusa o assorbita da ruoli laicali. È un’autocritica forte, ma necessaria.
Sinodalità vera: più ministeri, più donne, non per forza più Ordine
C’è però un’altra pista, meno spettacolare ma forse più promettente, che attraversa tutta la lettera: l’ampliamento dei ministeri istituiti.
Su questo, la Commissione è quasi unanime: aprire nuove forme ministeriali istituzionali per le donne, rafforzare il loro accesso a spazi decisionali, riconoscere pubblicamente la diaconia battesimale che già esercitano. In continuità con Spiritus Domini e Antiquum ministerium, la strada che si indica è quella di una Chiesa meno clerico-centrica, dove il servizio non è monopolio di chi riceve l’Ordine, ma fioritura di tutti i battezzati.
È significativo che questo sia uno dei punti più condivisi del documento. Laddove il diaconato femminile “come grado dell’Ordine” divide, l’istituzione di nuovi ministeri laicali femminili unisce. Forse è qui che si gioca, nel breve-medio periodo, la vera conversione pastorale: non nel replicare schemi clericali al femminile, ma nel ridefinire i confini del potere e del servizio nella Chiesa.
E la conclusione, volutamente, torna al fondamento: la diakonia battesimale e la dimensione mariana della Chiesa. Non come slogan di chiusura, ma come avvertimento: finché la comunità cristiana non farà seriamente i conti con il primato del Battesimo su ogni altra forma di ministerialità, ogni discussione sul “chi può essere ordinato” rischia di essere solo un braccio di ferro tra rivendicazioni speculari.
Tra paura di rompere e paura di non cambiare
In filigrana, questa sintesi racconta una Chiesa che cammina su un crinale sottile:
– teme di rompere la continuità con la Tradizione;
– teme di non rispondere alle istanze, spesso legittime, del Popolo di Dio;
– e, soprattutto, teme di prendere decisioni affrettate su un tema che ha implicazioni molto più vaste del solo diaconato.
La scelta è quella della prudenza. Che può essere virtù evangelica — quando nasce dall’umiltà di riconoscere che non si è arrivati a una chiarezza sufficiente — ma può diventare difesa se si trasforma in immobilismo.
Molto dipenderà da come questa pagina verrà letta e accompagnata:
– se servirà solo a dire “abbiamo chiuso la questione”, avrà tradito il suo stesso spirito;
– se invece verrà assunta come tappa, non come capolinea, di un discernimento più ampio sul ministero, sulla sinodalità, sul posto delle donne nel corpo ecclesiale, allora avrà fatto il suo lavoro.
Per ora, l’unica vera certezza è questa: la Chiesa sa che non può più permettersi di parlare di diaconato, di Ordine e di ministeri come se le donne fossero una variabile accessoria. Da oggi in poi, ogni riflessione su “chi serve” dovrà misurarsi con quel volto femminile della Chiesa che non accetta più di essere evocato solo in chiave mariana, ma chiede anche di essere riconosciuto in chiave ministeriale.
La sintesi di Petrocchi non risolve il dilemma. Ma lo mette davanti al volto di Pietro con onestà. E forse, in questo tempo di sinodalità, è già molto.
