Rileggere Drew Christiansen nell’era del militarismo di ritorno

Un editoriale di “America” la rivista dei gesuiti degli USA, ci ricorda che quattro giorni dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, nel marzo 2003, il gesuita Drew Christiansen pose una domanda destinata a restare scomoda: Dov’è finita la “guerra giusta”? Oggi, a distanza di oltre vent’anni, mentre l’amministrazione Trump ha colpito militarmente il Venezuela arrivando alla cattura del presidente Nicolás Maduro, quella domanda torna con una urgenza persino maggiore. Non per nostalgia accademica, ma perché sembra essersi consumato un passaggio più radicale: dalla crisi della guerra giusta alla sua progressiva evaporazione, sostituita da un militarismo muscolare, semplificato, quasi ideologico.

Christiansen scriveva in un momento in cui la dottrina cattolica stava già vivendo una tensione interna. Da un lato, la tradizione della guerra giusta; dall’altro, una crescente consapevolezza, maturata a partire dal Concilio Vaticano II e da Gaudium et Spes, che la pace non potesse più essere pensata solo come risultato regolato della forza, ma come orizzonte morale prioritario, sostenuto dalla nonviolenza, dal diritto internazionale, dal multilateralismo. Non a caso, i vescovi statunitensi parlavano già allora di una presunzione contro la guerra.

Eppure, proprio quella presunzione è stata progressivamente erosa. L’amministrazione Bush tentò di forzare il linguaggio morale introducendo la nozione di guerra preventiva, travestita da autodifesa. Christiansen colse con lucidità il nodo teologico: confondere il preventivo (di fronte a una minaccia imminente) con il preventivo esteso (contro minacce ipotetiche) significava legittimare la libido dominandi, quella brama di dominio che Agostino considerava il peccato originario della politica ingiusta.

Oggi, con Trump, il problema non è più l’abuso sofisticato della dottrina, ma il suo scarto plateale. Se Bush sentiva ancora il bisogno di giustificare, Trump rivendica. Se Obama cercava almeno di limitare il danno – riconoscendo, non senza ambiguità, il valore regolativo della guerra giusta – il secondo Trump sembra muoversi in un’altra grammatica: quella della forza come linguaggio primario, della minaccia come strumento ordinario, della vittoria come unico criterio.

L’“ethos del guerriero” promosso dal segretario alla Difesa Pete Hegseth non è un semplice eccesso retorico. È una visione del mondo. Un mondo in cui le regole sono un intralcio, la moderazione un segno di debolezza, il nemico una figura da annientare. Qui la guerra non è più “giusta” o “ingiusta”: è necessaria per definizione, perché identitaria. È la posizione che John Howard Yoder chiamava, con amara ironia, la posizione di Rambo: nessuna istanza morale sopra la mischia, nessun limite che non sia la forza disponibile.

Ancora più inquietante è la convergenza tra questo ethos e una retorica da guerra santa. Il richiamo a simboli crociati, il linguaggio religioso applicato alla violenza, l’assenza di qualsiasi preoccupazione per i civili evocano esattamente ciò che la tradizione cristiana aveva cercato di superare con fatica nei secoli: l’idea che la volontà di Dio possa essere brandita come licenza per uccidere. Come ricordava Barack Obama nel discorso per il Nobel, nessuna guerra santa può mai essere una guerra giusta, perché chi si crede strumento diretto del divino non conosce più freni.

In questo contesto, il rischio non è solo politico, ma teologico ed ecclesiale. Perché mentre la politica abbandona ogni riferimento alla guerra giusta, anche nella Chiesa cresce una tentazione speculare: accantonarla del tutto, come se fosse un relitto imbarazzante. L’appello del 2016 per una “pace giusta” esclusivamente nonviolenta ha avuto il merito di rimettere al centro il Vangelo, ma rischia – come temeva Christiansen – di lasciare la Chiesa disarmata moralmente di fronte alle decisioni concrete degli Stati.

Papa Francesco ha colto questa tensione, senza risolverla in modo ideologico. In Fratelli tutti ha espresso un forte scetticismo sull’applicabilità attuale della guerra giusta, ma non l’ha abolita. Ha continuato a parlare di legittima difesacome extrema ratio, mantenendo i criteri tradizionali. Papa Leone XIV, da parte sua, insiste con forza sulla nonviolenza e sul disarmo, denunciando la crisi del multilateralismo e il ritorno della guerra come strumento normale della politica. Ma anche qui resta aperta la domanda di Christiansen: come tenere insieme, in modo coerente, nonviolenza, guerra giusta e pace?

Forse la strada non è scegliere un polo contro l’altro, ma recuperare quella che Christiansen chiamava una posizione cattolica “ibrida”: una priorità data alla nonviolenza attiva e alla diplomazia, accompagnata però da criteri morali rigorosi per limitare, giudicare e denunciare l’uso della forza quando esso avviene. Non per giustificarlo, ma per impedirgli di diventare assoluto.

In un mondo in cui i “realisti”, i “crociati” e i nuovi “Rambo” sparano al mondo senza più nemmeno chiedere il permesso alla morale, abbandonare la guerra giusta sarebbe un errore fatale. Non perché la guerra diventi buona, ma perché senza criteri morali la guerra diventa inevitabile.

Rileggere oggi Drew Christiansen non significa difendere una dottrina del passato, ma ricordare una verità elementare: la pace non nasce dalla forza senza limiti, ma dal limite posto alla forza. E questo limite, oggi più che mai, ha bisogno di essere pensato, detto, insegnato.