La chiarezza canonica ed ecclesiologia tra il concetto di fondatore carismatico e iniziatore storico

Nella vita consacrata il carisma non è un marchio personale, né un capitale da amministrare: è un dono ecclesiale che nasce in una storia concreta, ma non coincide mai definitivamente con una singola biografia. Per questo, talvolta, la Chiesa è chiamata a operare una distinzione severa e liberante: riconoscere un iniziatore storico senza confermare (o senza continuare a riconoscere) un fondatore carismatico.

C’è una parola che la spiritualità conosce bene e che la storia, quando diventa adulta, impara con fatica: spoliazione. Non solo quella delle cose, ma quella del “possesso” simbolico: dei ruoli, delle firme, delle genealogie. Nella Chiesa — e in modo particolare negli istituti religiosi — la spoliazione è il nome concreto di una verità teologica: l’opera di Dio è più grande di chi l’ha avviata.

È qui che si comprende la differenza — spesso ignorata nel dibattito pubblico e, talvolta, anche in quello intraecclesiale — tra due figure che possono convivere nella stessa persona, ma non sono identiche: l’iniziatore e il fondatore carismatico. L’iniziatore è colui che, in un determinato contesto, mette in moto un processo: raccoglie energie, apre strade, intuisce una forma, aggrega persone. Il fondatore carismatico, invece, è riconosciuto dalla Chiesa come testimonedi un dono che la supera: non “proprietario” di un progetto, ma servo di un mistero che continua a generare oltre la sua persona, oltre la sua stagione, oltre la sua stessa capacità di controllo.

Quando un istituto attraversa crisi di governo, conflitti interni, o intervengono provvedimenti ecclesiali straordinari — come il commissariamento — la domanda inevitabile non è anzitutto psicologica né mediatica. È ecclesiologica: dove abita il carisma? Nel singolo? Nella prima generazione? Nel consenso affettivo che si raccoglie intorno a un nome? Oppure nella Chiesa, che discerne, conferma, corregge, talvolta pota per salvare l’albero?

La storia degli ordini mostra che l’identificazione carisma = persona è una tentazione ricorrente. Ed è, quasi sempre, una tentazione devastante. Perché produce una “soteriologia dell’organizzazione”: si finisce per credere che la salvezza dell’opera dipenda dalla permanenza del fondatore al comando, dalla sua interpretazione unica, dall’obbedienza intesa come adesione a un uomo più che come ascolto ecclesiale. L’istituto, invece di diventare fraternità, rischia di trasformarsi in corte; invece di maturare come corpo, regredisce in una dipendenza personale.

Non è un caso che, nella storia cappuccina, la memoria dei primi protagonisti venga talvolta letta con la categoria dell’“iniziatore”: la vicenda di Bernardino Ochino, per esempio, ricorda quanto sia fragile confondere impulso iniziale e fedeltà perseverante. Quando un percorso si spezza fino alla contraddizione dell’origine, la storia può registrare un inizio, ma non può canonizzare un carisma come se fosse una proprietà privata da rivendicare contro il giudizio ecclesiale.  

Questo criterio — duro, ma realistico — illumina anche casi contemporanei, nei quali la discussione si è caricata di emotività, polarizzazione, e perfino di linguaggi impropri. Ma un elzeviro, se vuole servire la verità, deve sottrarsi alla rissa e recuperare le proporzioni. Non si tratta di celebrare né di demolire una persona. Si tratta di difendere un principio: il carisma non può essere l’alibi della disobbedienza, né l’obbedienza può essere ridotta a lealtà personale.

Per questo, quando la Santa Sede interviene in modo straordinario nella vita di un istituto — e ciò è avvenuto anche nel caso dei Francescani dell’Immacolata, con provvedimenti ampiamente discussi e documentati nella stampa specializzata — il punto decisivo non è “chi vince” nella contesa, ma che cosa viene salvato: la comunione, la libertà della coscienza religiosa, la possibilità che il carisma continui a vivere senza trasformarsi in ideologia identitaria o in disciplina autarchica.  

In questa prospettiva, parlare di iniziatore storico non è un insulto, né una vendetta. È, semmai, una forma di igiene ecclesiale: riconoscere che un’opera può essere stata avviata da una figura determinata, ma che la sua verità carismatica non coincide automaticamente con la sua gestione del potere. E che, anzi, il criterio più affidabile della qualità carismatica è spesso un altro: la capacità di farsi da parte quando il bene ecclesiale lo chiede; la disponibilità a consegnare; l’accettazione della regola come limite; la gioia — persino — di vedere l’opera crescere sotto guide diverse.

Qui si innesta una seconda distinzione, più sottile: tra autorità e potere. L’autorità genera vita, perché rimanda oltre sé; il potere trattiene, perché ha bisogno di conferme, di unanimità, di narrazioni salvifiche intorno al proprio ruolo. L’autorità custodisce la fraternità; il potere, spesso senza accorgersene, la consuma. Quando un istituto si polarizza su un nome, non è il carisma a diventare più forte: è la fraternità a diventare più fragile.

E allora l’ultima parola non può essere una parola “contro”, ma una parola “per”: per la maturità religiosa, per la libertà evangelica, per la bellezza di una vita consacrata che non cerca padri-padroni né figli-sudditi, ma fratelli. Il carisma — specie quello francescano e mariano — non ha bisogno di essere difeso con le armi della propaganda interna; ha bisogno di essere vissuto con la ferialità della conversione.

Per questo, se si vuole davvero onorare San Massimiliano Maria Kolbe, non lo si onora costruendo corti attorno a figure storiche, ma custodendo ciò che rende un carisma credibile: l’obbedienza come forma di fede, la povertà come trasparenza, la fraternità come profezia. E, in filigrana, quella frase tremenda del San Francesco d’Assisinel Testamento, «E dopo che il Signore mi diede dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo».

In questo senso – e solo in questo senso – cioè come criterio ecclesiale e non come clava polemica la definizione di iniziatore storico per P. Stefano M. Manelli può diventare una soglia di pacificazione: non per cancellare, ma per ricollocare; non per umiliare, ma per liberare l’istituto dalla dipendenza da un uomo, restituendolo alla Chiesa, dove ogni carisma trova la sua misura e la sua garanzia.

La maturità di una famiglia religiosa si vede quando riesce a dire, senza paura: il carisma ci precede, ci supera, e continuerà dopo di noi. E quando, finalmente, la fedeltà smette di essere nostalgia di un passato “puro” e diventa responsabilità verso un futuro condiviso.