L’abbraccio a Díaz-Canel e la verità del dolore di un popolo
Dall’incontro all’Avana tra Luciano Vasapollo, Giacomo Marchetti e il presidente cubano emerge il volto più profondo della resistenza dell’isola: non solo la fermezza politica contro l’imperialismo, ma anche il travaglio umano di una direzione rivoluzionaria che soffre con il proprio popolo.
L’incontro con Díaz-Canel, nel quadro del Convoglio Nuestra América, mi ha restituito la misura concreta dell’aggressione statunitense contro l’isola: un attacco economico, energetico e sanitario che colpisce soprattutto i più fragili. Ma mi ha anche confermato una verità: Cuba resiste perché la sua Rivoluzione è ancora radicata nella dignità del popolo.
L’Avana oggi non è soltanto il luogo di una resistenza politica. È anche il luogo di una verità umana che l’Occidente continua a fingere di non vedere. Nel pieno dell’inasprimento del blocco statunitense, mentre Washington intensifica la sua pressione sull’isola e tenta ancora una volta di strangolarne la vita economica, sanitaria ed energetica, Miguel Díaz-Canel ha parlato con durezza di aggressione brutale, di assedio criminale, di offensiva disumana. Ma oltre le parole ufficiali, oltre il linguaggio inevitabile della denuncia politica, c’è un elemento che mi ha colpito ancora più a fondo: il dolore concreto di una leadership che vive dentro la sofferenza del proprio popolo.
Per me l’emozione di abbracciare il mio vecchio, caro, storico amico e fratello Miguel Díaz-Canel nasce essenzialmente da due motivi profondissimi. Il primo è l’abbraccio al compagno, all’amico, al fratello di una lunga storia comune. Ci conosciamo da quando eravamo giovani, quando Miguel era rettore dell’Università di Santa Clara e poi ministro dell’Educazione superiore, mentre io ero delegato del rettore dell’Università La Sapienza per l’interscambio con le università cubane. Da allora ci siamo incontrati tante volte, quando era ministro, poi vicepresidente, poi presidente. E tutto questo significa aver attraversato insieme un lungo tratto di storia, non solo personale, ma politica, culturale, umana, dentro il processo rivoluzionario cubano.
Il secondo motivo è ancora più profondo, ed è tutto politico. In questo incontro ho sentito fino in fondo quanto Miguel, nella sua lotta quotidiana contro l’imperialismo, porti dentro di sé un rispetto assoluto per il suo popolo e una sofferenza autentica per ciò che il suo popolo sta vivendo. Questo è il punto che più mi ha toccato. Non soltanto la fermezza del dirigente rivoluzionario, ma il travaglio umano del presidente, del compagno, dell’uomo che sente su di sé il peso di un’aggressione criminale contro la propria gente.
Cuba oggi è sottoposta a un attacco feroce. Non è una formula retorica. Il blocco statunitense è un atto di guerra prolungato, una misura genocida, criminale, disumana. Non è una controversia diplomatica. È uno strangolamento deliberato che colpisce ogni forma minima di rispetto umanitario. Si attacca un Paese che da oltre 65 anni ha espresso solidarietà internazionale, aiuti umanitari, disponibilità concreta verso tutti i popoli, amici e non amici. Si colpisce una nazione che ha dimostrato al mondo che un altro ordine sociale non solo è possibile, ma necessario e praticabile, con il senso politico del socialismo e con una profondissima umanità intrisa di fede cristiana.
Ed è proprio qui che si misura la grandezza e insieme il dolore della direzione rivoluzionaria cubana. Quando Miguel dice che, a causa del blocco energetico e dell’aggressione economica, ci sono circa 90mila persone in attesa di un’operazione chirurgica e che di queste 11mila sono bambini, molti dei quali malati oncologici, non sta facendo propaganda. Sta mostrando una ferita. Sta facendo vedere al mondo il volto concreto del bloqueo. Sta dicendo che l’imperialismo non colpisce formule astratte, ma corpi vivi, bambini, famiglie, malati, persone reali.
Questo fa comprendere fino in fondo non solo la battaglia politica di un leader con il suo popolo, ma anche il travaglio umano che Miguel presidente, il suo governo e la direzione del partito vivono nella fedeltà assoluta al proprio popolo e alla sua battaglia di dignità. È questo che ho letto nei suoi occhi. È questo che ho percepito nel nostro abbraccio. L’amore per Cuba, ma anche il dolore di vedere Cuba colpita nei suoi diritti più elementari.
Il blocco statunitense è un atto di guerra prolungato,
una misura genocida, criminale, disumana.
Nel quadro del Convoglio Nuestra América, tutto questo è emerso con una forza ancora maggiore. L’Avana ha accolto centinaia di compagni, attivisti, militanti, uomini e donne giunti da molti Paesi per portare medicine, aiuti e solidarietà. Non è stata una semplice iniziativa umanitaria. È stato un atto politico internazionalista. È stata la dimostrazione concreta che Cuba non è sola. Che i popoli sanno riconoscere chi resiste, chi condivide, chi lotta, chi non tradisce la propria storia.
Vedere bandiere cubane e palestinesi insieme, ascoltare le voci di chi denuncia il blocco, osservare persone che hanno affrontato spese, fatiche e ostacoli pur di arrivare all’Avana con un aiuto materiale e una vicinanza politica, tutto questo ha mostrato che il progetto imperiale di isolamento non ha vinto. L’impero può colpire, può cercare di soffocare, può fare pressione su governi servili del continente, ma non può cancellare il prestigio morale di Cuba.
In questo senso mi tornano dentro con forza le parole di José Martí: “Patria es humanidad”. È una frase che illumina ancora oggi il senso profondo della vicenda cubana. Cuba difende se stessa, certo, ma nel farlo continua a parlare a tutta l’umanità oppressa, a tutti i popoli che rifiutano di piegarsi al dominio, al ricatto, alla sopraffazione. La sovranità cubana non è chiusura nazionalistica: è internazionalismo, è apertura, è solidarietà, è responsabilità storica.
Per questo considero fondamentale ciò che Díaz-Canel ha voluto ribadire con forza: la direzione della Rivoluzione è unita. In una fase così dura, mentre l’aggressione degli Stati Uniti tenta di produrre non solo scarsità materiale ma anche sfiducia, esasperazione e divisione, l’unità della direzione politica e del popolo è condizione essenziale di resistenza. Ed è anche la prova che la Rivoluzione cubana non è un guscio vuoto, ma una realtà storica viva, radicata nella coscienza collettiva.
Chi guarda a Cuba con superficialità o malafede continua a non capire il punto decisivo. La forza dell’isola non sta nell’assenza di problemi. Nessuno li nega. La forza di Cuba sta nella sua capacità di resistere senza vendersi, di soffrire senza inginocchiarsi, di restare umana persino mentre viene colpita con disumanità. Durante la pandemia lo abbiamo visto ancora una volta: mentre il blocco impediva l’arrivo di strumenti, respiratori, materie prime e componenti essenziali, Cuba è stata capace di produrre i propri vaccini e di continuare a condividere sapere e cooperazione. Questo il capitalismo non lo perdona, perché mostra che il socialismo, pur assediato, resta più umano del mercato.
Dire venceremos oggi, allora, non significa pronunciare uno slogan rituale. Significa affermare un percorso di difesa della sovranità e della dignità. Significa dire che Cuba non accetterà di essere piegata. Significa riconoscere che il popolo cubano continua a rappresentare una lezione storica e morale per il mondo intero.
Io porto via da questo incontro una convinzione ancora più forte. Cuba oggi soffre, e soffre profondamente. Ma non ha perduto la sua grandezza. E Miguel Díaz-Canel, nel pieno di questa fase così dura, incarna insieme la tenuta politica della Rivoluzione e la dimensione umana di una responsabilità immensa.
Si può tentare di isolare un’isola. Si può colpirla economicamente, energeticamente, socialmente. Si può perfino sperare di spezzarne il morale. Ma non si piega facilmente un popolo che ha trasformato la resistenza in dignità storica.
Ecco perché, oggi più che mai, il grido che viene da Cuba non è soltanto politico. È umano. È morale. È universale.
Venceremos.
Nel quadro del Convoglio Nuestra América, l’incontro con Miguel Díaz-Canel restituisce il volto più vero della resistenza cubana: non solo la fermezza politica contro il blocco Usa, ma anche il dolore umano di una direzione rivoluzionaria che soffre con il proprio popolo e ne difende fino in fondo sovranità, salute e dignità.
