UbaCuba non sta vivendo una crisi: sta vivendo una sottrazione. Di luce, di tempo, di futuro. A sessantasette anni dalla rivoluzione, l’isola attraversa il punto più basso della sua storia economica e sociale, non come evento improvviso ma come lenta implosione di ciò che un tempo era vanto ideologico: la rete di protezione sociale.
Il buio non è una metafora. È reale, quotidiano, prolungato. Ore e ore senza elettricità trasformano le case in spazi di attesa e paura: il cibo che si guasta, i ventilatori che tacciono, i frigoriferi inutili. Le centrali arrugginite sono diventate monumenti involontari al declino, reliquie di una modernità promessa e mai mantenuta. Nel frattempo, nelle province lontane dall’Avana, la notte dura venti ore al giorno.
La fine dell’asse petrolifero con il Venezuela — un tempo colonna energetica dell’isola — ha accelerato una crisi già in atto. La caduta di Nicolás Maduro non è stata solo un evento geopolitico: per Cuba è stata una scossa elettrica mancata. Da 90 mila barili al giorno ai tempi di Chávez a poco più di un terzo oggi. L’energia che non arriva spegne le fabbriche, paralizza il nichel, affossa il turismo, già indebolito dalla pandemia e mai davvero ripresosi.
Il risultato è una società che sopravvive a compartimenti stagni. Da una parte, un’economia privata embrionale — le MiPyME — che riempie gli scaffali ma svuota i portafogli. Dall’altra, salari e pensioni che valgono pochi dollari al mese, insufficienti persino per acquistare uova. Il paradosso cubano è qui: il cibo esiste, ma è inaccessibile. Non manca la merce, manca il potere d’acquisto. È una povertà che non ha più nulla di egualitario.
Il sistema delle razioni, simbolo storico di equità socialista, è diventato una finzione burocratica: carte inutili, negozi vuoti. Per la benzina serve un’app, per i farmaci serve un parente all’estero, per curarsi serve portare da casa persino i cateteri. La sanità, fiore all’occhiello del regime, resta eccellente nelle competenze ma disarmata nei mezzi. I medici ci sono, le risorse no.
Il governo continua a evocare l’embargo statunitense come causa prima di ogni male. E sarebbe disonesto negarne il peso. Ma oggi, a Cuba, l’embargo esterno convive con uno interno: quello della cattiva pianificazione, dell’inerzia statale, delle riforme annunciate e mai compiute fino in fondo. Anche all’interno dell’Assemblea nazionale iniziano a dirlo apertamente: le imprese private funzionano meglio di quelle pubbliche. È una frase che, fino a poco tempo fa, sarebbe stata impensabile.
Intanto, l’isola si svuota. Non con la retorica epica delle fughe su zattere, ma con un esodo silenzioso e costante. Milioni di cubani hanno lasciato il paese negli ultimi anni. La popolazione reale è ormai molto più bassa di quella ufficiale. Restano gli anziani, i pensionati, i malati. Restano quelli che non possono partire.
Cuba oggi non è solo povera: è stanca. Stanca di resistere, stanca di aspettare, stanca di spiegare che “un tempo” era diverso. L’economia è in caduta libera, ma ciò che davvero precipita è la fiducia. E quando un Paese perde la fiducia nel domani, nessuna ideologia, da sola, può tenere accese le luci.
