Il ministro della Difesa rivendica il rifiuto della base siciliana per alcuni asset americani non autorizzati, ma il nodo vero resta un altro: l’Italia sta davvero fermando il coinvolgimento nelle operazioni contro Teheran, oppure sta solo tentando di non apparire dentro una guerra che lo stesso governo giudica fuori dal diritto internazionale?
Guido Crosetto ha pronunciato parole che, in un Paese normale, avrebbero dovuto aprire una conseguenza politica lineare. Se la guerra contro l’Iran è “fuori dal diritto internazionale”, come il ministro della Difesa ha riconosciuto in Aula il 5 marzo, allora l’Italia avrebbe dovuto trarne una conclusione limpida: nessuna base, nessun supporto, nessuna complicità indiretta a un’operazione che non è NATO, non è coperta dal Consiglio di Sicurezza ONU e cozza frontalmente con lo spirito dell’articolo 11 della Costituzione, secondo cui l’Italia “ripudia la guerra come strumento di offesa”.
Invece no. O meglio: non del tutto. Perché il governo ha scelto la strada più italiana di tutte, quella del diniego parziale e della partecipazione implicita. Ha detto no a Sigonella per alcuni bombardieri statunitensi, secondo quanto riferito da Reuters e da altre fonti concordanti, perché mancava la necessaria autorizzazione preventiva. Ma quello stop, presentato come prova di sovranità, non coincide affatto con un rifiuto complessivo dell’uso bellico delle infrastrutture italiane. Riguarda un episodio, non il sistema. Ed è qui che si annida l’inganno politico.
Il punto non è Sigonella da sola. Il punto è la filiera. Reuters ha ricordato già il 9 marzo che le basi Usa in Italia sono “essenziali” al sostegno dello sforzo di guerra, e nello stesso servizio il professor Gregory Alegi spiegava una verità che smonta molta retorica governativa: la distinzione fra ruolo logistico e ruolo operativo è spesso soltanto convenzionale, perché in una guerra lunga la logistica diventa essa stessa arma, capacità di proiezione, sostegno decisivo alle missioni. Nello stesso quadro, Aviano viene indicata come una delle pochissime installazioni in Italia con capacità direttamente connesse a missioni di combattimento.
E allora la domanda è semplice: che valore ha il “no” a Sigonella, se il resto della macchina resta disponibile? Che sovranità è quella che blocca la scena più visibile ma non spezza la catena che rende possibile il conflitto? La risposta, purtroppo, è amara: non siamo davanti a una rottura con la guerra, ma a una sua gestione estetica. Si cerca di non comparire troppo, non di sottrarsi davvero. Si produce un titolo rassicurante per l’opinione pubblica italiana, ma si lascia intatta la sostanza strategica del sostegno.
Crosetto, in altre parole, sembra voler tenere insieme due messaggi incompatibili. Il primo è rivolto all’Aula e al Paese: questa guerra è illegale, l’Italia non l’ha voluta, le regole internazionali sono state violate. Il secondo, però, è rivolto agli alleati: l’Italia non farà saltare davvero il dispositivo, limiterà solo ciò che è troppo esplicito, troppo imbarazzante, troppo politicamente tossico da difendere a viso aperto. Così il rifiuto di Sigonella diventa il paravento dietro cui continuano a muoversi Aviano, i voli, i rifornimenti, il supporto logistico. Non un alt alla guerra, ma una sua amministrazione prudente.
È qui che nasce l’illusione. Perché molti italiani possono essere indotti a credere che il governo abbia detto no all’uso del territorio nazionale per una guerra che esso stesso considera illegittima. Ma le fonti disponibili, a oggi, dicono qualcosa di più limitato: è stato negato uno specifico utilizzo di Sigonella in assenza di previa autorizzazione; non risulta, invece, una decisione generale di chiusura delle basi italiane alle operazioni di supporto collegate al conflitto. Politicamente, la differenza è enorme. Moralmente, è devastante.
La verità è che la sovranità non si esercita per simboli, ma per conseguenze. Se davvero il governo ritiene che gli Stati Uniti abbiano agito fuori dal diritto internazionale, allora dovrebbe sospendere ogni cooperazione che renda praticabile quella scelta. Diversamente, si finisce nella zona grigia della complicità negata: non si bombarda, ma si aiuta chi bombarda; non si dichiara la partecipazione, ma si mette a disposizione l’infrastruttura senza la quale la partecipazione altrui sarebbe più difficile. E questa, più che diplomazia, è una pedagogia dell’ambiguità.
Il governo Meloni e il ministro Crosetto farebbero bene a dirlo con chiarezza agli italiani: o l’attacco all’Iran è davvero fuori dal diritto, e allora le basi italiane non possono servire neppure indirettamente quella guerra; oppure il richiamo al diritto internazionale è solo una formula utile a salvare la faccia, mentre la realtà continua a piegarsi alla forza. Ma allora si abbia almeno l’onestà di non chiamarla sovranità.
Dopo aver ammesso che l’attacco Usa all’Iran è avvenuto “fuori dalle regole del diritto internazionale”, Guido Crosetto ha opposto un diniego a Sigonella. Ma il diniego riguarda un episodio preciso, non l’intera infrastruttura bellica. E così, mentre Aviano e la logistica delle basi italiane restano centrali, la sovranità rischia di trasformarsi in una rappresentazione: si nega l’atterraggio simbolico, ma si consente il funzionamento sostanziale della macchina di guerra.
