Due giorni di colloqui diretti, mediati dagli Stati Uniti, e un nuovo appuntamento fissato per la prossima settimana ad Abu Dhabi. Sulla carta, la diplomazia tra Ucraina e Russia sembra aver ripreso slancio. Sul terreno, però, la guerra continua a dettare il ritmo: missili, droni, blackout e civili costretti a passare la notte al gelo mentre i negoziatori parlano di pace.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito i colloqui “costruttivi”, sottolineando che “si è discusso molto” e che l’obiettivo centrale resta l’individuazione di parametri concreti per porre fine al conflitto. Ma le parole del leader di Kiev si scontrano con una realtà che, nelle stesse ore, raccontava tutt’altro.
Negoziati e attacchi: una contraddizione evidente
Alla vigilia del secondo giorno di colloqui, la Russia ha lanciato una nuova ondata di attacchi contro le infrastrutture energetiche ucraine. Milioni di persone, tra Kiev e Chernihiv, sono rimaste senza elettricità e riscaldamento a temperature sotto lo zero. Per le autorità ucraine, si è trattato di un atto deliberato volto a “minare i negoziati” con un’ennesima “notte di terrore russo”.
L’Unione Europea ha accusato Mosca di voler “privare deliberatamente i civili del calore”, mentre Zelensky ha dichiarato lo stato di emergenza nel settore energetico, già gravemente danneggiato da mesi di bombardamenti sistematici.
A Kiev, la fiducia nella diplomazia appare ridotta al minimo. “Diranno che va tutto bene, che nulla è stato concordato, e poi ci saranno di nuovo razzi”, racconta Anastasia Tolkachov, dopo una notte passata a cercare riparo. Un sentimento condiviso da molti: la pace evocata nei palazzi sembra lontanissima dalla vita reale.
Abu Dhabi, nuovo crocevia diplomatico
Secondo gli Emirati Arabi Uniti, che ospiteranno il prossimo round di colloqui, le discussioni si sono svolte in un’“atmosfera costruttiva e positiva”, concentrandosi su “misure di rafforzamento della fiducia” e su elementi del quadro di pace proposto dagli Stati Uniti. È la prima volta che russi e ucraini si confrontano direttamente sul piano dell’amministrazione Trump, dopo mesi di stallo.
Washington ha intensificato l’attività diplomatica: Donald Trump ha incontrato Zelensky al World Economic Forum di Davos, mentre il suo inviato speciale Steve Witkoff ha avuto colloqui diretti con Vladimir Putin al Cremlino. Ma proprio da Mosca è arrivato un messaggio che conferma la profondità del dissenso.
Il nodo irrisolto: il Donbas
Il Cremlino ha ribadito che il ritiro ucraino dal Donbas resta una “condizione molto importante” per qualsiasi accordo. Kiev respinge con decisione questa richiesta, considerandola una linea rossa invalicabile. Il destino dell’Ucraina orientale continua così a rappresentare il principale punto di impasse nei negoziati.
Le versioni preliminari del piano statunitense hanno suscitato critiche in Ucraina e in Europa occidentale, giudicate troppo vicine alle posizioni russe. Mosca, dal canto suo, ha respinto le successive modifiche che prevedevano la presenza di forze di pace europee sul territorio ucraino. Un gioco di veti incrociati che lascia poco spazio a compromessi rapidi.
Diplomazia in corsa, guerra senza tregua
Mentre le delegazioni si preparano a incontrarsi di nuovo ad Abu Dhabi, la guerra continua a produrre vittime. Le autorità russe nelle regioni occupate denunciano attacchi ucraini; Kiev accusa Mosca di colpire deliberatamente i civili. Decine di migliaia di morti, milioni di sfollati e un Paese devastato restano il bilancio di un conflitto che, a quasi tre anni dall’inizio, non trova una via d’uscita condivisa.
La diplomazia corre, ma la guerra non rallenta. E finché i colloqui continueranno a svolgersi sotto il rumore delle esplosioni, la pace rischia di restare una parola pronunciata nei comunicati, più che una prospettiva reale per chi, ogni notte, cerca riparo al buio e al freddo.
