Quando i numeri sorprendono, la prima tentazione è spiegarli. La seconda, più insidiosa, è usarli.
Ventunmila catecumeni battezzati nella notte di Pasqua in Francia. Un aumento del venti per cento rispetto all’anno scorso, quasi trenta tra gli adulti. Un dato che ha già cominciato il suo giro sui social cattolici con il tono trionfante di chi ha finalmente qualcosa da esibire — dopo anni di chiese svuotate, scandali, dibattiti sulla irrilevanza del cristianesimo nell’Europa secolarizzata. Vedete? La Chiesa non è morta. La gente torna.
Può darsi. Ma vale la pena fermarsi un momento, prima di cantare vittoria, e chiedersi: chi sono questi ventunmila? Perché vengono? E cosa sta succedendo davvero in quel paese che molti osservatori — soprattutto quelli di tradizione identitaria — guardano con una certa eccitazione mista ad ansia?
La domanda scomoda va posta con onestà: c’è una quota di questa crescita che ha a che fare non con la scoperta di Cristo, ma con la riscoperta dell’identità? La Francia è un paese attraversato da tensioni profonde sul tema dell’immigrazione, dell’Islam, dell’identità nazionale. In certi ambienti — non marginali — il cattolicesimo è tornato di moda non come fede vissuta ma come appartenenza culturale, come argine, come risposta identitaria a una modernità percepita come minaccia. Battezzarsi, in questa lettura, non è incontrare il Risorto: è scegliere da che parte stare.
Sarebbe ingenuo negare che questa componente esista. Sarebbe altrettanto disonesto farne l’unica chiave di lettura.
I dati dicono altro, e dicono cose più interessanti. Il quaranta per cento dei catecumeni adulti cita come decisiva una prova della vita — una malattia, un lutto, una crisi. Il trentaquattro per cento parla di un interrogativo sul cristianesimo maturato nel tempo. Il trentadue per cento di una forte esperienza spirituale. L’undici per cento — e il dato è quasi commovente nella sua modestia — menziona i social media e gli influencer cristiani. Non è la fotografia di un’ondata identitaria. È la fotografia di persone che hanno incontrato il limite, il dolore, il mistero, e hanno cercato qualcosa che reggesse il peso.
Il quarantadue per cento ha tra i diciotto e i venticinque anni. Sono ragazzi cresciuti nella Francia laica, secolarizzata, post-cristiana. Non hanno nostalgie da recuperare, non hanno una tradizione familiare da restaurare. Cercano qualcosa che la modernità non ha saputo dare loro: un senso, una comunità, una risposta alla domanda più antica che esista.
E qui entra in gioco la questione pastorale. Perché ventunmila battesimi non cadono dal cielo — nascono da qualcosa. Da comunità che accolgono, da percorsi catecumenali che funzionano, da preti e laici che hanno avuto il coraggio di stare vicini alle persone nel momento in cui erano fragili. Il dossier dei vescovi francesi lo dice con una certa sobrietà: la testimonianza di cristiani in famiglia o tra gli amici ha pesato per il diciannove per cento. Non le grandi campagne, non gli eventi mediatici. La prossimità. La vita concreta.
C’è qualcosa di profondamente evangelico in questo. Non la Chiesa trionfante che annuncia sé stessa, ma la Chiesa ferita che accompagna. E la parola ferita non è casuale: la Francia cattolica degli ultimi anni ha attraversato uno dei periodi più dolorosi della sua storia recente, con la commissione Sauvé che nel 2021 ha stimato in trecentottoantamila le vittime di abusi sessuali da parte di membri del clero nel corso dei decenni. Un numero che ha scosso il paese fino alle fondamenta, che ha fatto vacillare istituzioni, vocazioni, fedeltà.
Eppure — e questo è forse il dato più teologicamente significativo di tutti — la Francia cattolica non è morta sotto il peso di quello scandalo. Ha barcollato, ha sofferto, ha chiesto perdono. E qualcosa, in quella umiliazione pubblica, ha reso la Chiesa paradossalmente più credibile agli occhi di chi cercava. Non la Chiesa sicura di sé, quella che sa tutto e giudica tutti. La Chiesa che ammette di essere fatta di peccatori, che non ha nascosto le piaghe, che ha guardato in faccia la propria miseria senza fuggire.
È la logica del Vangelo, quella che nessun ufficio marketing saprebbe progettare: la debolezza che diventa forza, la croce che diventa porta. Tommaso non credeva finché non vedeva le piaghe. E forse anche questi ventunmila hanno creduto perché hanno visto una Chiesa con le piaghe in vista — non gloriosa, non trionfante, ma vera.
Resta la domanda identitaria, che non va liquidata con troppa fretta. È legittimo chiedersi quanti di questi battesimi reggano alla distanza, quanti si traducano in fede praticata e non in appartenenza culturale, quanti di questi giovani tra i diciotto e i venticinque anni torneranno a Pasqua anche l’anno prossimo. Il catecumenato è un inizio, non una garanzia. La conversione è un cammino, non un evento.
Ma c’è qualcosa di spiritualmente scorretto nel voler smontare preventivamente la grazia perché potrebbe essere contaminata da motivi impuri. Chi siamo noi per stabilire dove finisce la ricerca autentica e dove comincia la deriva identitaria nel cuore di una persona? Chi siamo per dire che quel ragazzo di ventitré anni che chiede il battesimo lo fa “per le ragioni sbagliate”? La grazia lavora dove vuole, come vuole, con gli strumenti che trova. Anche il dolore di un lutto è una ragione “impura” se lo si guarda da fuori. Dal di dentro, per chi lo vive, è la porta attraverso cui è entrata la luce.
La Chiesa francese ha il compito — arduo, necessario, bellissimo — di accogliere questi ventunmila senza chieder loro di giustificare il proprio cammino, e di accompagnarli verso qualcosa di più profondo di qualsiasi appartenenza culturale. Di mostrare loro che Cristo non è il simbolo di una civiltà, ma il volto di un Dio che è venuto a cercare le persone esattamente nel punto in cui erano — malate, in lutto, spaesate, giovani e confuse.
Se la pastorale francese saprà fare questo, quei numeri non saranno una statistica. Saranno una Pentecoste silenziosa, quella che non fa rumore ma cambia tutto.
Se invece li userà come argomento identitario — come risposta all’Islam, come rivalsa culturale, come benzina per i discorsi di chi vuole una Francia cattolica nel senso etnico del termine — avrà tradito esattamente coloro che ha battezzato.
La scelta, come sempre, è della Chiesa. E come sempre, è una scelta di libertà.
