Il 23 gennaio 2026, a sessant’anni dalla sua morte in combattimento, il nome di Camilo Torres Restrepo è tornato a interrogare la coscienza della Colombia e della Chiesa: il ritrovamento dei suoi resti ha riaperto una ferita storica e insieme ha restituito attualità a una figura troppo spesso semplificata, ridotta a icona ideologica, mentre fu sacerdote, intellettuale e uomo radicalmente consumato dal desiderio del Regno e dalla giustizia per i poveri.
Il ritrovamento dei resti di Camilo Torres Restrepo, a sessant’anni dalla sua morte, non è soltanto un atto di giustizia storica o un evento forense. È un ritorno della coscienza. Un riemergere, letterale e simbolico, di una figura che la Colombia, la Chiesa e l’America Latina non hanno mai davvero saputo collocare senza semplificare.
Camilo Torres non è un’icona da santino né un ribelle romantico da mitologia rivoluzionaria. Ridurlo a “prete-guerrigliero” o, peggio, a un’anticipazione della teologia della liberazione significa non aver compreso né il suo tempo né la sua interiorità. Torres è stato, prima di tutto, un sacerdote cattolico segnato fino in fondo dalla responsabilità pastorale, uno studioso rigoroso e un uomo che ha vissuto fino alle estreme conseguenze la frattura tra Vangelo e storia.
Nato nel 1929, formatosi tra Bogotá, Lovanio e le grandi scuole sociologiche europee, Torres appartiene a una generazione di intellettuali cattolici latinoamericani che hanno visto da vicino il collasso morale delle élite, la violenza strutturale dello Stato, l’uso sistematico della povertà come strumento di governo. La Colombia degli anni Cinquanta e Sessanta non era semplicemente “un Paese in via di sviluppo”: era una società lacerata, prigioniera di un sistema bipartitico chiuso, attraversata da massacri contadini, repressioni militari, esclusione politica radicale. La Violencia non era un’eccezione, ma la norma.
Come sacerdote, Camilo Torres non partì mai dall’ideologia. Partì dalla cura delle anime. E fu proprio l’esperienza pastorale a condurlo alla sociologia, non il contrario. Studiava la società per capire perché il Vangelo, annunciato sinceramente, risultasse inefficace per milioni di poveri. Il suo interrogativo non era politico, ma teologico: perché il Regno di Dio resta astratto quando la fame è concreta?
Da professore all’Universidad Nacional di Bogotá, Torres non fu un agitatore, ma un accademico serio, capace di coniugare metodo scientifico e tensione etica. La sua sociologia non era marxismo travestito, bensì realismo cristiano: l’analisi delle strutture che producono peccato sociale. In anni in cui la parola “struttura” era sospetta, Torres osava dire che la carità individuale non basta quando l’ingiustizia è sistemica.
Il passaggio più controverso della sua vita – l’adesione all’ELN – va compreso senza apologia ma anche senza ipocrisia. Camilo Torres non impugnò mai un’arma contro qualcuno. Morì al suo primo combattimento, senza aver ucciso, senza aver comandato, senza aver “fatto la guerra”. La sua scelta non fu quella di un militare, ma di un uomo che ritenne esauriti tutti gli spazi di parola pubblica. Prima della clandestinità, Torres aveva tentato ogni via legale: manifesti, appelli, fronti civici, dialoghi con il potere. Tutto respinto.
Non cercava la violenza; cercava una efficacia storica del Vangelo. Qui sta il punto più scomodo, anche per la Chiesa: Torres non voleva un Regno spiritualizzato, rinviato all’aldilà. Voleva un Regno che iniziasse nella storia, che si misurasse con la giustizia, con la dignità reale dei poveri, con la possibilità concreta di vivere da esseri umani. Il suo errore – se errore vi fu – non fu morale, ma tragico: credere che la storia non offrisse più mediazioni.
E tuttavia, proprio oggi, il suo messaggio torna a interrogare. Non perché la via armata sia giustificabile – la storia ne ha mostrato il fallimento – ma perché le cause che Torres denunciava non sono scomparse. La Colombia continua a contare i morti della disuguaglianza. L’America Latina resta una terra dove la fede rischia di essere addomesticata o strumentalizzata. E anche la Chiesa, talvolta, fatica a dire parole che disturbino davvero l’ordine costituito.
Camilo Torres voleva una Chiesa povera prima che fosse una parola di moda. Voleva pastori che sporcassero le mani prima che fosse una formula pastorale. Voleva una fede che non fosse complice, neppure per omissione. Il suo corpo ritrovato non chiede riabilitazioni ideologiche né condanne tardive. Chiede qualcosa di più difficile: onestà storica e conversione dello sguardo.
Forse, alla fine, Camilo Torres non è stato un uomo del suo tempo soltanto. È uno specchio che torna a riflettere su di noi. E il Regno che cercava – imperfetto, incompiuto, mai realizzato – resta una domanda aperta, non una bandiera.

Gracias por este artículo, que hace justicia a la memoria del pueblo colombiano y a uno de sus padres y de sus hijos.