Il Bénin domani è chiamato alle urne. Il Paese non ha mai fatto prodotto cattive notizie. Questa graziosa terra dell’Africa occidentale, stretto tra Nigeria e Togo, era rimasta fuori dai radar dell’informazione internazionale per le ragioni migliori: nessuna guerra civile, nessun colpo di stato nell’era recente, una convivenza religiosa — cristiani, musulmani, animisti — che altrove sarebbe stata celebrata come modello. Una democrazia imperfetta, certo, ma funzionante. Un pluralismo etnico e culturale che aveva retto decenni di pressioni esterne. Oggi il paese è sui tavoli degli analisti di sicurezza europei e americani. Non per una crisi esplosa, ma per qualcosa di più insidioso: una crisi che avanza in silenzio, dal nord, lungo confini che nessuno presidia davvero.
La novità che non doveva arrivare
Il jihadismo nel Bénin non è un fenomeno annunciato — è una sorpresa amara, quasi un tradimento geografico. Per anni il paese è rimasto fuori dalla mappa del terrore saheliano, una sorta di isola di relativa stabilità circondata da acque sempre più turbolente: il Mali in fiamme dal 2012, il Burkina Faso precipitato nel caos dopo il 2015, il Niger oscillante. Il Bénin guardava a nord con preoccupazione ma con una certa fiducia nella propria diversità strutturale: Stato costiero, pluralismo etnico e religioso profondo, demografia non dominata dall’islam, istituzioni democratiche — fragili ma reali.
Poi è arrivata la Pendjari. Ovvero: i gruppi armati affiliati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico hanno scoperto che quella riserva di cinquemila chilometri quadrati, meraviglia ecologica e patrimonio dell’umanità, era anche un corridoio perfetto. Boscosa, scarsamente presidiata, lontana dalla capitale, vicina al Burkina e al Niger. Il santuario degli elefanti è diventato il santuario dei jihadisti. E quello che ACLED (Monitoraggio conflitti e crisi nel mondo) oggi chiama “radicamento” — non più semplice transito, ma presenza strutturata — è la vera novità che pesa come un macigno sul Bénin che va alle urne.
L’ONU, in un rapporto presentato al Consiglio di Sicurezza nel febbraio scorso, ha reso ufficiale ciò che i servizi sapevano da mesi: Al-Qaeda ha nominato un “emiro per il Bénin”. Un dettaglio burocratico, si potrebbe dire. Ma nella logica di queste organizzazioni, nominare un emiro significa avere un territorio da amministrare.
L’eccezione francofona in un continente che cambia padrone
Per capire la singolarità del Bénin occorre alzare lo sguardo sulla grande scacchiera geopolitica africana degli ultimi anni, uno scenario che avrebbe fatto tremare i polsi a qualunque analista della Guerra Fredda.
La fascia saheliana — Mali, Burkina Faso, Niger, Guinea — ha voltato le spalle a Parigi in modo fragoroso, cacciando i militari francesi, abbracciando Wagner (ora Africa Corps) e issando bandiere russe nelle piazze. Non si è trattato solo di colpi di stato: è stato un cambio di paradigma emotivo, il rigetto di una relazione postcoloniale che molti percepivano come tutela mascherata da cooperazione. La Russia ha saputo intercettare quel risentimento con straordinaria abilità comunicativa, offrendo protezione senza il fastidioso corollario delle lezioni democratiche.
L’Africa australe e orientale vede invece avanzare l’influenza cinese, più silenziosa, più infrastrutturale, meno ideologica ma non meno pervasiva: porti, ferrovie, stadi, ospedali — e debiti.
Il Bénin resta, quasi ostinatamente, nell’orbita occidentale e francofona. Non per nostalgia coloniale, si badi bene, ma per calcolo pragmatico e per una storia politica diversa: la “Conférence nationale” del 1990 che aprì la strada alla democrazia multipartitica fu un modello per tutta l’Africa, e quella memoria istituzionale non è ancora evaporata. Parigi mantiene un ruolo — più discreto che in passato, ammette lo studioso Tanguy Quidelleur — inviando materiale e istruttori. L’Europa è interlocutore privilegiato. E per rompere l’isolamento diplomatico con Burkina e Niger — oggi juntas ostili perché Cotonou viene percepita come “troppo filo-occidentale” — il prossimo presidente dovrà camminare su una corda sottilissima.
È questa la vera partita: sopravvivere come paese-cerniera in un continente che si sta rifragmentando, senza diventare né vassallo né bersaglio.
Le radici del contagio
Perché il jihadismo attecchisce? La risposta semplice — “la povertà” — è vera ma insufficiente. Il nord del Bénin è effettivamente la regione meno sviluppata del paese, con infrastrutture carenti, scuole chiuse, agricoltura precaria. Ma la povertà da sola non genera jihadisti: genera emigrazione, rassegnazione, a volte ribellione politica. Genera jihadisti quando si innesta su tre altre condizioni.
La prima è la prossimità territoriale con zone già radicalizzate: il Burkina Faso e il Niger sono ormai laboratori avanzati del jihadismo saheliano, e il confine non è un muro — è una linea su carta che le comunità Fulani, Dendi, Gourmantché attraversano da secoli senza chiedere permesso a nessuno.
La seconda è la crisi della mediazione tradizionale: i capi villaggio, i notabili, gli imam moderati che per generazioni hanno gestito i conflitti locali vedono erodere la loro autorità davanti all’offerta jihadista — che non è solo violenza, ma anche giustizia sommaria ma rapida, protezione, un senso di appartenenza a qualcosa di grande. Per un giovane pastore a cui è stato rubato il bestiame e che non ha mai visto un tribunale funzionare, l’emiro locale può sembrare più affidabile dello Stato.
La terza condizione — la più sottile — è la rottura della coopération sécuritaire regionale. Le giunte del Burkina e del Niger, dopo la rottura diplomatica con Cotonou, hanno smesso di condividere intelligence e di coordinare operazioni di frontiera. Il Bénin si è ritrovato solo a presidiare una linea che non può presidiare da solo, e i gruppi armati lo sanno perfettamente.
Il Bénin plurale: una resistenza culturale
Eppure c’è qualcosa che i numeri non misurano facilmente: la straordinaria capacità di coesistenza religiosa e culturale che il Bénin ha sviluppato nei secoli. In nessun altro paese dell’Africa occidentale il sincretismo religioso ha raggiunto questa profondità. Il vodù — che non è superstizione folkloristica ma un sistema cosmologico complesso, animato da una visione dell’universo in cui tutto è relazione — ha da sempre funzionato come collante interetnico. Cristiani e musulmani partecipano alle cerimonie degli antenati. Le moschee del nord convivono con i fétiches del sud. Il paese porta ancora orgogliosamente il nome di “Dahomey” nel proprio DNA culturale, quel regno che seppe essere crocevia senza dissolversi.
L’islam nel Bénin è minoritario — circa il 27% della popolazione, concentrato nel nord — e storicamente ha qui una radice sufi e tollerante, molto lontana dal salafismo wahabita che alimenta i movimenti jihadisti. La penetrazione di questa ideologia importata non è quindi automatica né inevitabile. Ma è in corso, finanziata da decenni di petrodollari del Golfo che hanno costruito madrasse, inviato predicatori, sostituito progressivamente l’imam di villaggio formatosi a Parakou con il giovane laureato a Medina.
Il vero scontro non è tra islam e cristianesimo: è interno all’islam stesso, tra una tradizione locale radicata nella convivenza e un’ideologia globalizzata che vuole rescindere ogni legame con quella tradizione.
Quello che potrebbe succedere
Gli scenari sono tre, e nessuno è confortante nella sua versione peggiore.
Nel primo — il più probabile nel breve termine — il nuovo presidente riesce parzialmente a riavviare la cooperazione con Burkina e Niger, l’operazione “Mirador” contenuta nel nord, ma il fenomeno non viene estirpato. Il paese vive in un equilibrio instabile, con un’economia settentrionale sempre più depressa e una progressiva militarizzazione del territorio. Un conflitto a bassa intensità che diventa normalità.
Nel secondo — il più temuto — la base sociale dei gruppi armati si allarga, le élite locali smettono di cooperare con Cotonou, e il Bénin scivola lentamente nel vortice che ha già inghiottito i vicini. Questo scenario richiederebbe una combinazione di errori politici, abbandono dello sviluppo del nord e isolamento diplomatico prolungato.
Nel terzo — il più auspicabile ma che richiede coraggio politico — il nuovo governo investie massicciamente nel nord non solo militarmente ma economicamente e socialmente, recupera il dialogo regionale senza sacrificare i principi democratici, e rafforza le istituzioni locali come argine contro la penetrazione jihadista. È la via stretta di chi sa che la sicurezza non si compra con i blindati ma si costruisce con la giustizia.
Una preghiera laica per il Pendjari
Chi ha amato l’Africa — e chi l’ha attraversata in nome di un mandato che non è solo giornalistico ma anche, in qualche modo, di testimonianza — non può che guardare a questo Bénin in bilico con una mescolanza di apprensione e speranza ostinata.
Il parco è ancora lì, con i suoi elefanti e i suoi leoni, con quella luce dell’alba che non assomiglia a nessun’altra. E il Bénin è ancora lì, con la sua irriducibile complessità, con la sua democrazia imperfetta ma reale, con i suoi sacerdoti vodù e i suoi imam e i suoi preti che si siedono ancora, qualche volta, allo stesso tavolo.
Non è poco. In questo continente lacerato, non è davvero poco.
C’è ancora speranza che il nuovo Presidente dovrà restituire alla popolazione.

Mentre il Sahel cadeva nell’orbita russa e l’Africa australe in quella cinese, il piccolo Bénin restava nell’orbita occidentale. Ora Al-Qaeda ha nominato un emiro per Cotonou. E domenica si vota.
