Sotto inchiesta il Decreto Caivano, il sistema carcerario minorile e la scuola

Fabio Ascione aveva vent’anni. Era incensurato. Stava davanti a un bar con gli amici, a Ponticelli, alle cinque del mattino, come fanno i ragazzi di vent’anni in tutto il mondo. Uno scooter si è avvicinato, due colpi, e Fabio non c’era più. Non aveva precedenti. Non frequentava la malavita. Forse era solo nel posto sbagliato. Forse no. Forse — ed è questo il pensiero che fa più paura — non c’era nemmeno bisogno che avesse torto, perché a Napoli, nel 2025, i tentati omicidi sono aumentati del duecento per cento in un anno solo. A quel ritmo, l’innocenza non è una protezione: è una statistica.

A pochi giorni di distanza, ad Arezzo, un quindicenne girava video nella sua cameretta impugnando un coltello da cucina e simulando fendenti contro un cuscino. Sul telefono, appunti con i nomi di autori di stragi. Sul profilo social, apprezzamenti per chi ha quasi ammazzato una professoressa. A Fano, un ventunenne ha accoltellato padre, madre e fratello nel cuore della notte. A Crema, a Bergamo, a Terni — «basta una parola, uno sguardo, una storia sui social», racconta una ragazza nel rapporto di Save the Children. Basta niente.

Eppure il governo ha una risposta pronta. Si chiama Decreto Caivano, ed è la risposta di chi confonde la febbre con la malattia: più carcere, custodia cautelare più facile, meno alternative alla detenzione. Il risultato, documentato da Save the Children con la precisione impietosa dei numeri, è che i minori presi in carico dal circuito penale sono aumentati — da 14.220 segnalazioni agli uffici sociali si è passati a 23.862 in carico effettivo — e che i reati contro la persona sono quasi raddoppiati in sei anni: da 15.365 nel 2019 a 21.958 nel 2025. Il porto abusivo di armi è aumentato del 455% in dieci anni solo a Milano. I minori denunciati per associazione mafiosa erano 49 in tutto il 2024; nei soli primi sei mesi del 2025 erano già 46.

Qualcuno dovrebbe spiegare al governo che il carcere minorile non è una soluzione: è un’università del crimine a spese dello Stato. Un ragazzo che entra nel circuito penale senza strumenti educativi, senza supporto psicologico, senza una prospettiva di uscita, non viene recuperato dalla società — viene consegnato alla camorra, che di quei ragazzi sa cosa farne. Per i minori inseriti in contesti mafiosi, la probabilità di reiterare reati è 3,48 volte superiore rispetto ai coetanei. Non è una coincidenza: è un modello. La criminalità organizzata offre appartenenza, denaro, protezione, identità. Tutto quello che lo Stato ha smesso di offrire.

Perché il punto — il punto che la politica della manetta non riesce a vedere, o non vuole vedere — è che questi ragazzi non sono mostri nati tali. Sono il prodotto di un fallimento collettivo, adulto, istituzionale. Nel rapporto di Save the Children parlano in prima persona, e quello che dicono è di una semplicità devastante: «Se non reagisci, perdi rispetto e sei finito. Meglio passare per pazzo che per debole». «Non pensi a usare il coltello, ma averlo ti fa sentire più sicuro». «In quel momento sei come in un videogioco, vuoi solo finire il livello». Non è cinismo: è dissociazione. È quello che succede quando un essere umano cresce senza che nessuno gli insegni che le sue azioni hanno peso, che lui ha peso, che esiste al di là della paura degli altri.

La pandemia ha interrotto relazioni e percorsi educativi nel momento più delicato. I social media hanno sostituito la piazza con un palcoscenico in cui la violenza è performance, il crimine è contenuto, e «almeno fare paura significa essere visti». Le famiglie — spesso sole, spesso povere, spesso esse stesse sommerse — non reggono. Le scuole non hanno psicologi, né educatori, né tempo. I servizi sociali sono sottofinanziati e sopraffatti. E lo Stato, invece di investire in prevenzione, risponde con il codice penale.

Il risultato è una generazione che impara a esistere attraverso la violenza perché nessuno le ha insegnato altro modo. E quando quella generazione finisce in carcere — e sempre più spesso finisce in carcere — vi incontra la camorra, che ha tutto il tempo e tutta la pazienza per insegnarle il mestiere. Il Decreto Caivano non ha abbassato la violenza giovanile. L’ha strutturata meglio.

Ci sono soluzioni. Non sono misteriose, né costose nel modo sbagliato. Assistenti sociali nelle scuole. Educatori di strada. Spazi pubblici dove i ragazzi possano ritrovarsi senza dover conquistare un territorio. Supporto psicologico accessibile. Lavoro. Legalità vissuta come presenza dello Stato, non come assenza di libertà. Sono le stesse cose che Save the Children chiede da anni, che i magistrati minorili chiedono da anni, che gli operatori sociali chiedono da anni. Non costano meno del carcere — costano molto meno, e producono qualcosa di diverso dalle recidive.

Fabio Ascione aveva vent’anni e stava davanti a un bar. Il quindicenne di Arezzo era nella sua cameretta. Il ventunenne di Fano era a casa con la famiglia. La violenza non abita più solo le periferie dimenticate: abita le camerette, i gruppi WhatsApp, i vicoli delle città ricche e quelli delle città povere. Abita il vuoto che lasciamo ogni volta che chiudiamo una ludoteca, tagliamo un’ora di sostegno scolastico, chiudiamo un centro di aggregazione per aprire un altro fascicolo penale.

Il Decreto Caivano porta il nome di un luogo-simbolo del fallimento dello Stato. È un’ironia che il governo non sembra aver còlto.