Coloni, ombre e impunità. L’Italia davanti allo specchio della Cisgiordania

Ci sono notizie che non sorprendono più, e proprio per questo scandalizzano di più.

L’aggressione dei coloni a quattro attivisti internazionali — tre italiani e un canadese — in un villaggio vicino a Gerico appartiene a questa categoria: l’ennesima storia di violenza a bassa intensità che accompagna, come un rumore di fondo, la vita quotidiana della Cisgiordania. Ma ogni tanto questo rumore diventa urlo, e costringe a guardare ciò che molti preferirebbero ignorare.

La testimonianza di Rutte, nome di fantasia scelto per proteggersi, irpina, 32 anni, è un riassunto di tutto ciò che non funziona più in questo pezzo di mondo. Dieci uomini mascherati, armati, organizzati, che fanno irruzione all’alba in una casa dove dormono attivisti disarmati, li picchiano per venti minuti con una violenza metodica, e se ne vanno portando via passaporti, telefoni, soldi. Non un’esplosione improvvisa di rabbia: un’operazione. E la lucidità con cui imitano la voce dei palestinesi per ingannarli — “Italian, wake up, Jewish!” — dice tutto: quei coloni sapevano esattamente cosa facevano e perché lo facevano. Volevano colpire gli internazionali. Non tollerano testimoni.

Il villaggio di Duk, come tanti nel deserto intorno a Gerico, è un laboratorio di questa strategia: case distrutte, pecore rubate, pannelli solari abbattuti, famiglie beduine costrette a spostarsi come nei secoli antichi, ma questa volta non per siccità, bensì per intimidazione. Villaggi interi svuotati non con le armi dell’esercito — che pure vigila, osserva, interviene solo quando non può farne a meno — ma con le armi informali dei coloni estremisti, convinti di essere la mano invisibile della storia biblica.

La presenza degli attivisti, italiani o internazionali che siano, serve proprio a questo: a impedire che la violenza resti invisibile. A rendere testimonianza. Ed è esattamente ciò che li rende bersagli.

L’Italia reagisce. Il ministro Tajani condanna. Le cancellerie europee firmano note congiunte. E tuttavia la verità è che da anni i coloni vivono in una zona grigia giuridica che somiglia più all’impunità che alla tolleranza. È così radicato il potere delle frange radicali nell’attuale equilibrio israeliano che la condanna occidentale scivola come pioggia sul deserto: bagna un po’ la superficie, non cambia nulla sotto.

Il tempismo dell’aggressione è significativo: arriva proprio mentre Benjamin Netanyahu, stretto tra il processo che rischia di travolgerlo e la pressione interna, chiede la grazia al presidente Herzog. Sembra quasi una scena parallela dello stesso film: da un lato un premier che chiede clemenza per sé, parlando di “riconciliazione nazionale”; dall’altro coloni che cancellano, notte dopo notte, la possibilità stessa di una convivenza territoriale.

È questa la contraddizione israeliana che esplode in tutta la sua evidenza: uno Stato che parla di diritto e legalità, ma lascia ai suoi margini gruppi che si comportano come milizie autonome; un Paese che discute di piani di pace, mentre permette che in Cisgiordania le premesse materiali della pace vengano demolite un pannello solare alla volta.

La comunità internazionale lo sa, ma fatica a dirlo: il problema non sono solo i coloni, ma l’ecosistema politico che ha normalizzato la loro funzione. In un momento in cui si parla di una “seconda fase” del processo di pace, mentre Stati Uniti, Europa e paesi arabi cercano uno spiraglio, questi atti rendono tutto infinitamente più fragile.

Intanto, dall’altra parte del muro invisibile che separa Israele dal resto del mondo, c’è il Libano che brucia lentamente, c’è Gaza che sopravvive tra le macerie, c’è la Cisgiordania che si scompone villaggio per villaggio. In questo quadro, ciò che è accaduto ai tre italiani non è un incidente diplomatico: è un sintomo.

La loro scelta di restare — nonostante la paura, nonostante le botte, nonostante la mano fasciata, nonostante gli insulti e il liquido bruciato addosso — ha un valore politico. Non perché siano eroi, ma perché sono testimoni: e i testimoni sono l’unica cosa che le geometrie del conflitto non riescono mai a controllare del tutto.

Rutte e i suoi compagni hanno detto: “Non torniamo prima del previsto”. La frase, che a Roma può sembrare ingenuità, in Cisgiordania è qualcosa di diverso: è il rifiuto di essere parte del silenzio. È la consapevolezza che ciò che è accaduto a loro è solo un frammento di ciò che accade ogni notte ai palestinesi, senza che nessun giornale italiano ne parli.

Il villaggio di Duk continuerà a essere attaccato. Le famiglie palestinesi continueranno a perdere animali, case, sonno, terra. E gli internazionali continueranno a dormire in case abbandonate, con gli zaini accanto alla porta nel caso si debba scappare.

Ma oggi la violenza non è rimasta invisibile. E questo, almeno questo, spiega perché i coloni preferirebbero un mondo senza attivisti.

Un mondo in cui nessuno può raccontare ciò che avviene nella notte.

E proprio per questo, il minimo che il mondo può fare è continuare ad ascoltare.