L’autopsia sul corpo di Federica Torzullo racconta una violenza che va oltre l’omicidio: ferite da difesa, accanimento letale e un successivo tentativo di annientamento del corpo. È su questa dinamica di controllo e possesso che la Procura di Civitavecchia ha deciso di contestare, per la prima volta, il nuovo reato di femminicidio, aprendo un caso destinato a segnare un passaggio giuridico e civile nel modo in cui l’Italia nomina e giudica la violenza contro le donne.
C’è una cronaca che obbliga a fermarsi non per curiosità, ma per coscienza civile. Il femminicidio di Federica Torzullo ad Anguillara Sabazia, per la brutalità del gesto e per l’uso successivo di mezzi meccanici nel tentativo di occultare il corpo, ha prodotto un trauma collettivo che non riguarda solo una famiglia: investe una comunità intera, chiama in causa istituzioni, linguaggio pubblico, responsabilità sociali. E soprattutto riapre una domanda che l’Italia, a fine 2025, ha deciso di porre anche in termini penali: quando la violenza contro una donna è espressione di controllo, possesso, prevaricazione, lo Stato deve chiamarla con il suo nome.
È in questa cornice che la Procura di Civitavecchia ha scelto un passaggio giuridico destinato a fare scuola: contestare, per la prima volta in un procedimento, il nuovo delitto di femminicidio introdotto dalla legge 2 dicembre 2025 n. 181, entrata in vigore il 17 dicembre 2025.
La norma – inserita nel codice penale come art. 577-bis – prevede l’ergastolo quando l’uccisione di una donna è ricondotta a dinamiche di odio o discriminazione, oppure a logiche di dominio, controllo, possesso, o ancora al rifiuto della donna di subire una relazione e alla sua affermazione di libertà.
Nel caso di Anguillara, gli inquirenti ritengono che gli elementi fin qui raccolti rientrino in quel perimetro: non solo l’omicidio, ma la sua “grammatica” – la sproporzione, l’accanimento, l’annientamento della persona – viene letta come compatibile con un delitto che non è “semplice” violenza, ma violenza radicata in una relazione di potere. È un passaggio delicato, perché il diritto penale non si limita a punire: nomina, e nominando orienta cultura istituzionale, prassi investigative, priorità di prevenzione.
La cronaca, tuttavia, non finisce in tribunale. La notizia ha attraversato Anguillara come un’onda d’urto, fino a produrre conseguenze politiche immediate: tra queste, le dimissioni dell’assessora alla Sicurezza e alla Legalità, madre dell’indagato, in un gesto che segnala quanto la vicenda abbia reso impraticabile ogni normalità amministrativa.
In parallelo, le redazioni hanno riportato che l’indagato si è avvalso della facoltà di non rispondere e che restano in verifica vari aspetti di contesto, dalle dinamiche relazionali fino a eventuali consapevolezze in ambito familiare.
Qui sta l’“imbarazzo politico” più profondo, che non riguarda solo un Comune o una giunta. È l’imbarazzo di un Paese che scopre, caso dopo caso, quanto sia fragile la frontiera tra la retorica pubblica sulla sicurezza e la realtà della violenza domestica. Perché il femminicidio, quasi sempre, non nasce in un vicolo buio: nasce in spazi che dovrebbero essere protettivi, dentro relazioni dove la libertà dell’altra persona viene percepita come minaccia e non come diritto. Ed è proprio questa la ragione per cui il legislatore ha voluto tipizzare il reato: rendere esplicito che, quando l’uccisione è legata al controllo e al possesso, non siamo davanti a un “raptus” depoliticizzato, ma a un fenomeno sociale riconoscibile.
La nuova legge, però, non può essere il punto d’arrivo. Può essere un segnale – importante – che la Repubblica intende alzare la soglia di attenzione e di risposta. Ma l’efficacia di una norma si misura su ciò che la precede: prevenzione, educazione affettiva, capacità di intercettare escalation di violenza, protezione tempestiva, reti territoriali realmente operative. La comunità che oggi insorge non chiede soltanto pena: chiede senso, chiede strumenti perché altre vite non finiscano nello stesso modo.
Ecco perché questa cronaca va raccontata con sobrietà e rigore: non per indugiare nell’orrore, ma per capire cosa cambia quando lo Stato decide di chiamare femminicidio ciò che per troppo tempo è stato riassunto con parole deboli, o neutralizzato in psicologia spicciola. La questione non è solo giuridica. È culturale: riguarda l’idea stessa di libertà femminile come bene pubblico. E riguarda la responsabilità collettiva di non lasciare mai sola una donna nel momento in cui un rapporto affettivo si trasforma in terreno di dominio.
