“Si è fatta spruzzare da sola”: quando la politica diventa sospetto permanente

Minneapolis, notte gelida e nervi scoperti. In un town hall nel suo distretto, la deputata democratica di origine somala Ilhan Omar è stata aggredita: un uomo le ha spruzzato addosso una sostanza dall’odore forte (descritta come simile all’aceto) e di colore chiaro; lei è rimasta illesa, ha fatto una breve pausa e poi ha ripreso l’intervento, rivendicando di non voler essere intimidita. La polizia ha arrestato sul posto un 55enne, Anthony Kazmierczak, con l’accusa di aggressione.  

Fin qui la cronaca. Ma il salto politico arriva subito dopo, e non è un dettaglio: Donald Trump, interpellato sull’episodio, ha insinuato senza prove che l’attacco fosse una messinscena (“probabilmente si è fatta spruzzare, conoscendola”), liquidando Omar come “fraud”. È una frase che dice molto più del presidente che della vittima: non è soltanto aggressività polemica, è un modo di governare l’immaginario, dove ogni fatto diventa “teatro” e ogni avversario un impostore.  

L’attacco a Omar si innesta infatti su un clima già elettrico in Minnesota: proteste e tensioni legate alle operazioni federali sull’immigrazione, con una crescente reazione pubblica dopo la morte di Alex Pretti, cittadino americano ucciso durante un intervento di agenti federali. Il punto, nelle ore successive, non è rimasto confinato alla disputa politica: un primo riesame interno citato da Reuters non riporterebbe l’elemento-chiave sostenuto a caldo da figure dell’amministrazione, cioè che Pretti avrebbe “brandito” un’arma.  

Qui si apre la frattura: quando un governo costruisce la propria legittimazione su un racconto muscolare dell’ordine (“minaccia”, “terrorista”, “insurrezionisti”), ogni smentita fattuale non è una correzione, ma un colpo al prestigio. E allora scatta la tentazione tipica delle stagioni polarizzate: non si aggiusta la narrazione, si delegittima chi la mette in dubbio. Il sospetto diventa sistema. L’avversario non sbaglia: trucca. La critica non argomenta: complotta. La piazza non protesta: è “pagata”.

In questo contesto anche l’aggressione a un parlamentare rischia di essere risucchiata nel tritacarne della propaganda. È un corto circuito: chi dovrebbe abbassare la temperatura la alza, perché l’aria rovente mobilita, fidelizza, divide in modo netto. E intanto la politica americana, già segnata dall’aumento delle minacce verso i rappresentanti eletti, si abitua all’idea che la violenza sia un rumore di fondo.  

C’è poi l’altra conseguenza, più istituzionale: l’episodio accelera lo scontro su Kristi Noem, segretaria alla Sicurezza Interna, già bersaglio di richieste di dimissioni o impeachment da parte democratica. Nelle stesse ore, il leader dem alla Camera Hakeem Jeffries ha rilanciato l’ipotesi di procedere se Noem non venisse rimossa.  

Ma il vero nodo, forse, non è giuridico né procedurale: è morale e civile. La democrazia vive di conflitto, certo, però muore quando il conflitto non riconosce più la realtà condivisa. Se tutto può essere “finto”, allora nulla è verificabile; se ogni fatto è una sceneggiatura, allora anche la dignità delle persone diventa materiale di scena. Il cinismo, travestito da fiuto politico, finisce per essere una pedagogia della sfiducia: si educa un popolo a credere che l’unica verità sia l’appartenenza alla propria tribù.

E allora Minneapolis non è solo un luogo: è un segnale. Quando la parola pubblica perde pudore, la convivenza perde protezioni. E ciò che resta—davvero—non è la forza, ma la paura.