E’ morto il Venerdì Santo, una coincidenza che lo avrebbe fatto riflettere, come in altre occasioni gli era capitato

Vittorio Messori si è spento ieri nella sua casa di Desenzano del Garda, dopo una lunga malattia: fatale un attacco cardiaco. Aveva 84 anni e si è spento nella sua casa di Desenzano del Garda, dopo una lunga malattia: fatale un attacco cardiaco più potente del suo pacemaker. Era Venerdì Santo, una data che assume un significato che va oltre la cronaca: sembra quasi il sigillo simbolico di una vita interamente dedicata a indagare il mistero cristiano con gli strumenti della ragione e del giornalismo. La coincidenza con il giorno della morte di Gesù lo avrebbe fatto riflettere, come in altre occasioni gli era capitato: non era affatto una persona superficiale come chi gli è stato amico sa bene. Ed era coerente, vivendo per primo quello che sosteneva da uomo di fede. Il suo matrimonio, ad esempio, attese 20 anni (i tempi della Rota Romana) per consumarlo e quella lunga parentesi di castità la vissero come coppia (lui e la scrittrice Rosanna Brichetti)  con grande coerenza e rassegnazione, quasi come un dono, seguendo i dettami della Chiesa di allora.

Messori è stato un caso unico nella cultura italiana: un cronista capace di trattare la fede come un’inchiesta, applicando metodo, verifica delle fonti e rigore logico a ciò che normalmente appartiene al mistero. Questa impostazione trova la sua espressione più celebre nel libro Ipotesi su Gesù, pubblicato nel 1976, che non solo lo consacrò, ma cambiò il modo di parlare di religione nel dibattito pubblico.

I numeri di quell’opera sono impressionanti e spiegano meglio di qualsiasi definizione il suo impatto: oltre un milione di copie vendute solo in Italia e traduzioni in più di 20 lingue, con una diffusione che lo ha reso uno dei saggi religiosi più letti al mondo E nel tempo il libro ha raggiunto circa un milione e mezzo di copie nel nostro Paese, rimando nelle classifiche nei decenni successivi alla pubblicazione. Non solo: è stato indicato come uno dei libri italiani più venduti e tradotti del dopoguerra, accanto a opere di narrativa ben più “commerciali”. Un risultato straordinario per un saggio di apologetica cristiana.

Il successo fu immediato: la prima tiratura di poche migliaia di copie andò esaurita rapidamente, dando origine a ristampe continue e a un fenomeno editoriale inatteso. In un’epoca segnata da secolarizzazione e tensioni ideologiche, Messori intercettò un bisogno profondo: quello di confrontarsi con la figura di Gesù non solo in termini di fede, ma anche di ragione storica. Ugualmente importante è di successo il successivo suo libro Ipotesi su Maria.

Accanto a questo capolavoro, tutta la sua produzione ha avuto una diffusione significativa, alimentata anche da opere nate da dialoghi con protagonisti della Chiesa contemporanea. Storica resta l’intervista a Giovanni Paolo II e, prima ancora, quella al cardinale Joseph Ratzinger, raccolta nel libro Rapporto sulla fede: testi che hanno venduto centinaia di migliaia di copie e contribuito a diffondere il pensiero cattolico ben oltre gli ambienti ecclesiali.

Negli ultimi anni, lo scrittore aveva ribadito con forza i capisaldi della sua riflessione: la storicità dei Vangeli, la certezza dell’esistenza di Gesù, la centralità dell’amore di Dio. Particolare rilievo aveva per lui la figura di Maria, presenza quotidiana e, come dichiarò, attesa finale dell’uomo credente.

La sua eredità è duplice. Da un lato, numeri editoriali straordinari per un autore religioso, capaci di competere con i grandi bestseller della narrativa. Dall’altro, un metodo: quello di affrontare la fede senza rinunciare alla ragione, dimostrando che il cristianesimo può essere anche oggetto di indagine, non solo di devozione.

Messori affrontava la figura di Gesù non con devozione sentimentale, ma con l’approccio critico del giornalista, giungendo a una conclusione netta: la fede può essere anche ragionevole.

La sua carriera è stata segnata da incontri straordinari. Fu infatti il primo laico a intervistare un Papa, Giovanni Paolo II, dando vita al libro-intervista Varcare la soglia della speranza. Ma già prima aveva dialogato a lungo con il cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio, nel celebre Rapporto sulla fede. Due opere che hanno segnato un’epoca e contribuito a definire un nuovo modo di comunicare il pensiero della Chiesa.

Accanto al rigore intellettuale, la vita di Messori è attraversata da episodi che sembrano sfiorare il mistero, a partire da una misteriosa telefonata ricevuta da ragazzo e che dopo aver fatto tante congetture finì per attribuire all’ aldilà. Da giovane giornalista, in un momento di profonda tristezza, si ritrovò a camminare lungo i Murazzi di Torino, osservando le acque del Po. Un anziano lo avvicinò, temendo un gesto estremo, e lo dissuase con parole semplici ma profonde, invitandolo poi a casa per un tè. Quando, tempo dopo, Messori tornò a cercarlo per ringraziarlo, scoprì che quell’abitazione era disabitata da anni. Un episodio che egli stesso avrebbe ricordato come una sorta di “segno”, coerente con la sua visione di una realtà in cui il visibile e l’invisibile si sfiorano.

Negli ultimi anni, Messori aveva continuato a riflettere pubblicamente sui temi che gli erano più cari, soprattutto nella pagina Vivaio tenuta per anni su Avvenire, il quotidiano della Cei. In particolare, ha spesso ribadito la centralità della figura di Maria, dichiarando a Stefano Lorenzetto in un’ intervista al Corriere,che la sua presenza lo accompagnava ogni giorno e che sarebbe stata lei ad accoglierlo dopo la morte. Allo stesso modo, ha molto insistito sul significato del cristianesimo come accettazione di un Dio che si dona fino al sacrificio, soprattutto nel mistero del Giovedì e del Venerdì Santo. Per lui, non c’era spazio per visioni alternative come la reincarnazione: la verità ultima era l’amore di Dio.

Fino alla fine, Messori ha difeso con convinzione la storicità dei Vangeli e l’esistenza reale di Gesù, considerandola non solo una verità di fede, ma anche una conclusione sostenibile sul piano storico. In questo senso, il suo lavoro può essere visto come un ponte tra fede e ragione, tra teologia e giornalismo, tra spiritualità e cultura.

La sua eredità è quella di un uomo che ha cercato di rendere la fede comprensibile senza banalizzarla, accessibile senza svilirla. Un “inviato speciale della fede”, come è stato definito, che ha raccontato il cristianesimo non dall’alto di una cattedra, ma con lo sguardo curioso e onesto di chi indaga la realtà.