Trentanove morti, decine di feriti e una domanda che pesa sull’intero sistema ferroviario spagnolo

La Spagna si è svegliata oggi con una ferita che va oltre il dolore immediato. Il deragliamento di due treni ad alta velocità ad Adamuz, in provincia di Córdoba, ha provocato almeno 39 vittime, decine di feriti gravi e una scossa profonda alla fiducia nel sistema ferroviario più simbolico del Paese: l’asse Madrid–Andalusia, il primo AVE europeo inaugurato nel 1992.

Il presidente del governo, Pedro Sánchez, arrivato sul luogo dell’incidente, ha decretato tre giorni di lutto ufficiale e promesso “verità e trasparenza”. Parole necessarie, ma che arrivano mentre il Paese assiste a una tragedia dalle proporzioni eccezionali: quasi 500 passeggeri coinvolti, famiglie spezzate, bambini in terapia intensiva, un macchinista di 27 anni morto sul colpo.

La dinamica: una sequenza fatale in pochi secondi

L’incidente è avvenuto domenica alle 19.45, in un tratto rettilineo nei pressi della stazione tecnica di Adamuz. Il treno Iryo 6189 Málaga–Madrid, con 294 passeggeri a bordo, ha deragliato in corrispondenza di un cambio di aghi, facendo uscire dai binari gli ultimi tre vagoni. Questi hanno invaso la linea contigua, proprio mentre sopraggiungeva l’Alvia 2384 Madrid–Huelva, con 187 passeggeri, a circa 200 km/h.

Il tempo di reazione è stato minimo: venti secondi, secondo Renfe. Troppo poco perché i sistemi automatici di sicurezza potessero bloccare la circolazione. I primi due vagoni dell’Alvia sono precipitati in un talud di quattro metri, causando la parte più grave delle vittime.

Un sistema moderno, ma non immune

Il dato che più inquieta è che tutto sembrava funzionare: il treno Iryo aveva superato una revisione completa quattro giorni prima; il tratto di linea era stato rinnovato di recente, con investimenti per circa 700 milioni di euro; i sistemi di segnalazione erano stati aggiornati fino al 2024.

Eppure, negli ultimi mesi, Adif aveva segnalato almeno otto incidenti tecnici nello stesso tratto, soprattutto legati alla segnalazione e ai deviatoi. Alcuni di questi problemi erano arrivati persino al Senato, con interrogazioni su possibili criticità strutturali.

È qui che la tragedia assume un valore sistemico: non un guasto isolato, ma il possibile punto di rottura di una linea sottoposta a un traffico sempre più intenso dopo la liberalizzazione del 2019, con l’ingresso di nuovi operatori accanto a Renfe.

Le vittime: famiglie, bambini, vite comuni

Tra i morti c’è una famiglia intera di Punta Umbría: genitori, un figlio di 12 anni e un cugino. Si è salvata solo la figlia più piccola, sei anni. A Córdoba restano ricoverati cinque bambini, due dei quali in terapia intensiva.

Dodici feriti sono in UCI, nove in condizioni critiche.

La Guardia Civil ha attivato uffici per la raccolta del DNA in cinque città per accelerare le identificazioni. Segno di una tragedia che non è ancora completamente ricomposta, né nei numeri né nei nomi.

Emergenza, solidarietà, ma anche rabbia

Adamuz è diventata per una notte il centro del dolore nazionale. Un centro anziani trasformato in punto di accoglienza, volontari che servono caffè e conforto, psicologi, Croce Rossa, Protezione Civile. Una solidarietà spontanea che contrasta con la sensazione di impotenza delle istituzioni locali.

Nel frattempo, la mobilità del Paese è stata stravolta: alta velocità sospesa per giorni; voli e autobus rafforzati; migliaia di viaggiatori bloccati o dirottati.

Verità, responsabilità, memoria

Il governo promette chiarezza. Ma il precedente insegna che la verità tecnica non basta, se non si accompagna a responsabilità politiche e gestionali. L’alta velocità è stata per decenni il simbolo dell’efficienza spagnola. Adamuz ne segna il momento più buio.

Ora la domanda non riguarda solo come sia potuto accadere, ma perché: perché su una linea nota per criticità si continuava a correre a pieno regime; perché i segnali di allarme non hanno prodotto scelte più prudenti; perché la sicurezza, pur garantita formalmente, non ha retto alla prova dei fatti.

Oltre il lutto

Trentanove morti non sono una statistica. Sono un limite morale.

Adamuz non può diventare solo un capitolo d’inchiesta o una voce di bilancio per indennizzi. È una ferita che obbliga la Spagna – e l’Europa – a ripensare il rapporto tra velocità, concorrenza e sicurezza.

L’alta velocità si è fermata. Ora tocca alla politica non deragliare.