Sta per diventare delitto penale il reato di omosessualità. Questo porterà alla conversione o all’ipocrisia?

La stretta annunciata da Dakar contro l’omosessualità non nasce solo da una scelta giuridica: è un gesto identitario, religioso e politico. Ma il paradosso africano — spesso taciuto — è che ciò che si proclama “importato dall’Occidente” appartiene in realtà anche alla storia del continente, mentre la clandestinità prodotta dallo stigma finisce per attraversare tutte le classi sociali, clero compreso.

A Dakar si alza il sipario su una scena già vista: la legge invocata come baluardo morale, la piazza come tribunale, la politica che si presenta come custode dell’“autenticità africana”.

Il governo senegalese ha annunciato un progetto per irrigidire le pene contro i rapporti omosessuali, portando il massimo a dieci anni di carcere, con aggravanti, multe e una nozione più ampia di “atti contro natura”. Reuters e AP confermano il cuore della svolta: non solo più repressione, ma una vera codificazione più dura del tema in nome dell’ordine sociale.  

E tuttavia, proprio qui emerge la prima menzogna pubblica.

L’idea che l’omosessualità sia una “importazione occidentale” e dunque una minaccia estranea all’Africa è storicamente fragile. Molto più solida, invece, è la tesi opposta: in gran parte dell’Africa subsahariana sono stati i codici penali coloniali a criminalizzare e irrigidire giuridicamente le condotte, importando categorie e sanzioni. Human Rights Watch lo documentò già anni fa in modo netto: le leggi anti-sodomia furono imposizioni coloniali, non il prodotto di assemblee indigene. Anche studi africani contemporanei, come quelli richiamati dal Nordic Africa Institute, insistono sul medesimo punto: la retorica dell’“un-African” è oggi soprattutto un dispositivo politico-identitario.  

Questo non significa negare che in molte società africane esista una visione tradizionale e religiosa severa della sessualità. Significa, più semplicemente, rifiutare una falsificazione storica: non è “occidentale” l’esistenza del fenomeno umano; è spesso coloniale il suo apparato repressivo moderno.

E qui si apre il secondo nodo, quello più scomodo.

In molti contesti africani — e non solo africani — la sessualità non conforme non si presenta anzitutto come rivendicazione pubblica di identità, ma come doppia vita, clandestinità, pratica nascosta, talvolta anche bisessuale, modellata dalla pressione sociale, familiare e religiosa. È il frutto di una società in cui il costo della verità personale è altissimo. Non si tratta di “eccezioni”: è una dinamica sociale strutturale, perché dove domina lo stigma, la vita affettiva si sposta sottoterra.

E quando si sposta sottoterra, si contamina di tutto ciò che l’ombra produce: ricatto, delazione, umiliazione, abuso di potere.

Il caso senegalese lo mostra con crudezza. Nelle ultime settimane, insieme agli arresti, si è diffuso un clima di caccia all’uomo digitale, con denunce pubbliche e campagne omofobe. Anche il tentativo del governo di punire le denunce “senza prove” — misura in sé significativa — è il segnale di un problema più grande: la delazione è già diventata costume. Human Rights Watch parla di rischio crescente per persone già fortemente stigmatizzate; Reuters registra lo stesso allarme.  

Ma il punto decisivo, che il moralismo pubblico preferisce non nominare, è che questa clandestinità non si ferma alle periferie sociali.

Attraversa ogni ceto: politica, professioni, spettacolo, apparati dello Stato, ambienti religiosi. Anche il clero, naturalmente, non è un mondo separato dalla condizione umana. Anzi: dove il prestigio sociale e religioso è più alto, la pressione a custodire l’immagine può rendere la doppia vita ancora più opaca. Le cronache ecclesiali e i procedimenti disciplinari canonici — spesso istruiti in forma riservata attraverso i canali ordinari della Chiesa e le rappresentanze pontificie — lo ricordano con amarezza. Non perché “il clero sia peggiore”, ma perché nessuna istituzione è immune quando la verità viene sostituita dalla reputazione.

Qui serve una distinzione rigorosa, anche cattolica.

La Chiesa in Africa ha espresso con chiarezza la propria posizione dottrinale sui rapporti omosessuali e sulle benedizioni delle coppie dello stesso sesso; il testo dei vescovi africani, rilanciato da Vatican News, ribadisce insieme due elementi: rifiuto delle benedizioni e rispetto della dignità delle persone. È una linea esigente, che tiene dottrina e pastorale.  

Ma una cosa è la dottrina.

Un’altra è la criminalizzazione penale indiscriminata.

E un’altra ancora è l’ipocrisia sociale.

Una società può proclamare severità morale e, nello stesso tempo, tollerare una vasta economia della menzogna. Può gridare contro l’“influenza occidentale” e intanto usare strumenti giuridici ereditati dal colonialismo. Può presentarsi come fortezza dei valori e, al proprio interno, vivere di silenzi, paure e ricatti che toccano tutti i livelli — fino alle sfere alte della religione e del potere.

Per questo la questione senegalese non riguarda soltanto il Senegal.

Riguarda il destino morale di intere società africane (e non solo): se la sessualità verrà affrontata come campo di verità, responsabilità e accompagnamento, oppure solo come terreno di punizione esemplare. La repressione produce obbedienza esterna; raramente produce conversione. Più spesso genera maschere.

E il dramma è proprio questo: a forza di difendere la “forma”, si perde il cuore.

Da comunicatori cattolici, oggi, non possiamo limitarci a dire che il male va chiamato per nome. Dobbiamo aggiungere qualcosa di più difficile: anche l’ipocrisia è un male, e spesso è il più protetto. Se una legge più dura servirà soltanto a moltiplicare il sommerso, la delazione e le doppie vite, il prezzo lo pagheranno tutti — i poveri, i giovani, i malati, le famiglie, la Chiesa stessa.

La vera sfida, in Africa come altrove, non è importare o respingere slogan.

È costruire una società dove la verità dell’uomo non venga né ideologizzata né sepolta.

E questa, prima ancora che una battaglia penale, è una battaglia spirituale.