Le molotov davanti al palazzo del governo di Tirana non raccontano solo la crisi di Edi Rama, ma mettono a nudo un intreccio che attraversa l’Adriatico: corruzione, proteste di piazza e l’alleanza con l’Italia sui migranti trasformano l’Albania in uno specchio scomodo delle contraddizioni europee.

Tirana è tornata a essere il barometro dell’instabilità balcanica. Sabato sera, una folla imponente si è riversata davanti al palazzo del governo per chiedere la fine dell’esecutivo guidato dal socialista Edi Rama. Quella che doveva essere una manifestazione politica si è rapidamente trasformata in una notte di scontri, con molotov, lacrimogeni e arresti, segnando un nuovo punto di non ritorno nella crisi democratica albanese.

A guidare la protesta è stato Sali Berisha, leader dell’opposizione ed ex primo ministro, che ha chiamato la piazza a una mobilitazione permanente per imporre un governo tecnico. La risposta delle forze dell’ordine è stata dura: decine di feriti, arresti e un centro cittadino trasformato in campo di battaglia. Un copione che conferma quanto il confronto politico in Albania abbia ormai superato il livello della dialettica istituzionale.

La narrazione di Berisha è chiara: Rama sarebbe alla guida di un sistema di potere corrotto, autoreferenziale e blindato da coperture internazionali. Accuse pesanti, pronunciate da un leader che a sua volta porta con sé un passato giudiziario controverso e che respinge ogni addebito come frutto di persecuzione politica. In questo gioco di specchi, la credibilità delle istituzioni appare sempre più fragile agli occhi di una popolazione stremata.

A rendere il quadro ancora più esplosivo sono gli scandali che negli ultimi mesi hanno colpito i vertici del governo. La sospensione giudiziaria del vicepremier e ministro delle Infrastrutture Belinda Balluku, figura chiave dell’entourage di Rama, ha rafforzato la percezione di un sistema clientelare diffuso. Anche se la ministra è stata temporaneamente reintegrata, il messaggio politico è passato: la promessa di riforme e trasparenza su cui si regge il racconto europeista dell’Albania appare sempre più vuota.

In questo contesto interno già incandescente si innesta un fattore esterno che pesa come un macigno: il rapporto privilegiato tra Tirana e Roma. L’accordo siglato con il governo italiano per la realizzazione di centri di detenzione per migranti sul suolo albanese ha trasformato l’Albania in un tassello centrale della strategia migratoria di Giorgia Meloni. Un’intesa presentata come cooperazione innovativa, ma che in Albania viene sempre più percepita come una cessione di sovranità in cambio di risorse finanziarie e legittimazione politica.

Secondo le cifre circolate, l’Italia si farebbe carico della quasi totalità dei costi di costruzione e gestione delle strutture, per un ammontare stimato in centinaia di milioni di euro. Per l’opposizione albanese, l’operazione rappresenta la prova di un patto opaco: denaro e visibilità internazionale in cambio della disponibilità a ospitare un problema che l’Unione Europea non riesce a gestire in modo condiviso.

La questione non è solo politica, ma anche sociale. In un Paese segnato da un’elevata disoccupazione giovanile e da un’emigrazione costante verso l’Europa occidentale, l’idea che lo Stato tragga beneficio economico dall’accoglienza forzata di migranti stranieri alimenta un risentimento profondo. La piazza di Tirana non protesta solo contro Rama, ma contro un modello di sviluppo percepito come ingiusto e imposto dall’alto.

Sul piano internazionale, l’accordo Italia-Albania solleva interrogativi giuridici tutt’altro che marginali. Organizzazioni per i diritti umani hanno messo in guardia sul rischio di violazioni del diritto d’asilo e sulla creazione di una zona grigia legale: persone sottoposte alla giurisdizione italiana, ma trattenute fuori dall’Unione Europea. Un precedente che potrebbe aprire la strada a una progressiva esternalizzazione delle responsabilità europee verso Paesi più deboli.

Anche dal punto di vista economico, l’operazione appare controversa. Analisi indipendenti suggeriscono che i costi della gestione in Albania potrebbero superare quelli di strutture analoghe in Italia, alimentando sospetti su possibili interessi incrociati tra politica, imprese e sicurezza privata. Un sospetto che, in un contesto già segnato dalla sfiducia, contribuisce ad avvelenare ulteriormente il clima.

Le fiamme di Tirana, dunque, parlano anche a Bruxelles e a Roma. Raccontano le contraddizioni di un’Europa che predica Stato di diritto e riforme, ma chiude un occhio davanti a governi amici purché garantiscano stabilità e collaborazione su dossier sensibili come le migrazioni. Raccontano di un’Albania candidata all’ingresso nell’UE, ma sempre più lontana dagli standard democratici che quell’ingresso richiederebbe.

Per l’Italia, la scommessa su Rama rischia di trasformarsi in un boomerang. Se la crisi dovesse aggravarsi o portare a un cambio di leadership, Roma si troverebbe esposta politicamente e finanziariamente, legata a un accordo costoso e contestato, firmato con un governo delegittimato dalla piazza.

Mentre le strade del centro venivano ripulite dai segni degli scontri, Berisha prometteva nuove mobilitazioni. La vera incognita, però, va oltre i nomi e le cariche: riguarda la tenuta di un equilibrio già precario tra interessi nazionali, ambizioni europee e una popolazione che non sembra più disposta ad accettare compromessi al ribasso. Tirana, ancora una volta, diventa lo specchio di un’Europa che fatica a guardarsi senza ipocrisie.