Generali dell’Esercito Popolare Cinese messi sotto inchiesta

Quando in Cina cadono i generali, il mondo prende appunti. Non per curiosità esotica, ma perché l’Esercito Popolare di Liberazione non è una semplice forza armata: è una delle nervature centrali del sistema politico della Repubblica Popolare. Per questo la rimozione – o meglio, l’inchiesta disciplinare – di figure come Zhang Youxia e Liu Zhenli non può essere letta come un fatto amministrativo qualunque. È un segnale politico. E come ogni segnale che proviene da Pechino, va decifrato con cautela, senza indulgere né al complottismo né all’ingenuità.

I fatti accertati sono pochi e sobri, come da tradizione cinese. Indagini per “gravi violazioni della disciplina e della legge”, una formula che negli anni ha accompagnato la caduta di centinaia di dirigenti civili e militari sotto la lunga campagna anticorruzione voluta da Xi Jinping. Nulla di nuovo, in apparenza. Eppure qualcosa stona. Perché Zhang non era un generale qualunque: era il generale. Uomo di fiducia, vicepresidente della Commissione Militare Centrale, garante della continuità tra il Partito e le armi. Colpirlo significa toccare il cuore stesso del patto di potere costruito da Xi nell’ultimo decennio.

Su questo terreno già instabile si sono innestate voci ben più gravi: il racconto di un tentato colpo di Stato, di un piano per arrestare il presidente, di una notte di allerta, sparatorie, arresti e silenzi forzati. È qui che l’analisi deve fermarsi un istante. Perché nulla di tutto ciò è stato confermato. E la Cina non è un Paese in cui un golpe fallito passa sotto silenzio per distrazione. Tuttavia, liquidare queste indiscrezioni come pura fantasia sarebbe altrettanto superficiale. In sistemi altamente centralizzati e opachi, le voci non nascono dal nulla: sono spesso il prodotto di fratture reali, amplificate, deformate, ma non inventate.

La domanda giusta, allora, non è se ci sia stato davvero un tentativo di colpo di Stato, bensì perché oggi sia credibile, agli occhi di molti osservatori, che una simile ipotesi possa circolare. La risposta rimanda alla natura stessa del potere cinese contemporaneo. Xi Jinping ha costruito una leadership fortemente personalizzata, fondata sulla lealtà assoluta e su un controllo capillare dell’apparato. Questo modello garantisce stabilità finché funziona, ma rende ogni scossone potenzialmente sistemico. Quando cadono uomini così vicini al vertice, il messaggio è duplice: nessuno è intoccabile, e nessuno è del tutto al sicuro.

C’è poi un elemento spesso sottovalutato: la campagna anticorruzione, pur necessaria e in parte efficace, è anche uno strumento di selezione politica. Ripulisce, ma al tempo stesso ridisegna equilibri, crea vincitori e sconfitti, accumula risentimenti silenziosi. Nell’esercito, dove prestigio, carriera e fedeltà personale sono fattori decisivi, questo processo è particolarmente delicato. Non sorprende, dunque, che proprio lì emergano le tensioni più sensibili.

Per l’Occidente la tentazione è doppia e speculare: da un lato demonizzare Pechino come un regime sull’orlo del collasso, dall’altro ridurre tutto a una questione interna irrilevante. Entrambe le letture sono sbagliate. La Cina non è in procinto di implodere, ma non è nemmeno un monolite privo di conflitti. È una grande potenza che attraversa una fase di assestamento profondo, mentre affronta rallentamento economico, pressioni internazionali e un crescente isolamento strategico.

In questo contesto, la stabilità di Xi Jinping non è un dettaglio domestico, ma una variabile globale. Per questo serve uno sguardo sobrio, capace di distinguere tra fatti verificati e narrazioni suggestive, senza ignorare i segnali che provengono dalle crepe del sistema. La Cina continuerà a parlare poco. Tocca agli osservatori ascoltare molto, interpretare con rigore e resistere alla tentazione del sensazionalismo.

Perché, in definitiva, ciò che inquieta non è tanto l’idea di un colpo di Stato sventato, quanto la consapevolezza che il potere cinese, oggi più che mai, vive in equilibrio tra disciplina ferrea e paura del disordine. E quando un sistema teme il caos, spesso reagisce irrigidendosi. Con conseguenze che non restano mai confinate entro i propri confini.