Leone XIV riceve i partecipanti alla Sessione Plenaria del Dicastero per la Dottrina della Fede
C’è un tono pacato ma fermo, nell’udienza che Papa Leone XIV ha riservato ai partecipanti alla Sessione plenaria del Dicastero per la Dottrina della Fede. Non è il linguaggio dell’allarme né quello della difesa arroccata. È, piuttosto, la voce di una Chiesa che sa di attraversare un cambio d’epoca e che, proprio per questo, sente il bisogno di tornare all’essenziale: custodire il deposito della fede senza irrigidirlo, approfondirlo senza snaturarlo, offrirlo senza trasformarlo in un’arma.
Il Papa riconosce e valorizza il lavoro intenso svolto dal Dicastero negli ultimi anni. Le Note e le Dichiarazioni ricordate non sono meri atti burocratici, ma tentativi concreti di abitare le fratture del presente: dai sacramenti celebrati in contesti irregolari alla dignità umana ferita dalla guerra e da un’economia disumana; dai fenomeni soprannaturali, spesso terreno di confusione e strumentalizzazione, al rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana; fino alla mariologia e alla visione cristiana del matrimonio. In filigrana, emerge una dottrina che non teme le domande del tempo, ma le assume come luogo teologico.
Il cuore dell’intervento, però, è altrove. È nel riferimento esplicito alla “rottura della trasmissione generazionale della fede”, soprattutto nei contesti di antica evangelizzazione. Leone XIV non usa toni nostalgici né moralistici: prende atto di una realtà dolorosa, specie tra i giovani, ma rifiuta la tentazione del lamento sterile. Dove molti vedono solo secolarizzazione e perdita, il Papa invita a riscoprire la “dolce e confortante gioia dell’evangelizzare”. Non come strategia di marketing religioso, ma come dinamica vitale della Chiesa stessa.
Qui si colloca uno dei passaggi più teologicamente densi e, insieme, più pastorali del discorso: l’evangelizzazione per attrazione. Non è la Chiesa che si rende seducente con i propri mezzi; è Cristo che attrae, quando la Chiesa lascia passare, senza ostruzioni, la linfa della carità che sgorga dal suo Cuore. È un ribaltamento sottile ma decisivo: meno protagonismo ecclesiale, meno identità urlate, più trasparenza evangelica. La Chiesa, ricorda il Papa citando Benedetto XVI, non è un palcoscenico, ma una vigna; e ciascuno, al suo interno, resta un lavoratore umile, non il padrone.
Significativo è anche l’accenno finale al compito più delicato del Dicastero: l’accompagnamento dei casi di delitti riservati. Leone XIV non elude la fatica di questo ministero, anzi ne sottolinea la gravità. Giustizia, verità e carità non sono alternative tra loro, ma criteri da tenere insieme, senza scorciatoie né coperture. È un richiamo sobrio, ma inequivocabile, a una responsabilità che tocca la credibilità stessa della Chiesa.
In controluce, questo discorso consegna un’immagine precisa della dottrina cattolica nel tempo presente: non un fortino da difendere, né un repertorio da aggiornare cosmeticmente, ma una tradizione viva, capace di orientare, discernere, accompagnare. Una dottrina che serve l’evangelizzazione e non se ne serve. E forse è proprio questa la cifra più profonda del pontificato di Leone XIV che va delineandosi: una Chiesa che non si guarda allo specchio, ma guarda oltre, perché sa che ciò che salva non è la propria immagine, bensì la luce di Cristo che riesce ancora a filtrare attraverso di essa.
