La mattina dopo Natale, il vescovo Matthew Hassan Kukah si era alzato presto per celebrare una messa speciale per i bambini nella sua diocesi di Sokoto, nel nord-ovest della Nigeria. Nulla lasciava presagire che, durante la notte, dei missili avevano colpito la regione. Solo dopo la liturgia, guardando il telefono, ha letto un messaggio arrivato dal Vaticano: si parlava di un bombardamento americano su Sokoto. Per un istante, il cuore gli si è fermato.

Sokoto non è una città qualunque. È il cuore storico dell’Islam nigeriano, capitale di un antico califfato e simbolo identitario per milioni di musulmani. Kukah, che guida una piccola comunità cattolica immersa in una regione a stragrande maggioranza musulmana, ha subito temuto il peggio: che la sua diocesi fosse diventata il punto zero di una guerra simbolica, più che militare, tra Stati Uniti e mondo islamico.

Negli ultimi mesi, infatti, il presidente Donald Trump aveva più volte parlato di un presunto “genocidio dei cristiani” in Nigeria, attribuendone la responsabilità ai musulmani. Un linguaggio che, in un Paese fragile e polarizzato, rischia di trasformarsi in benzina sul fuoco.

«Dire che Sokoto è stata bombardata, in un contesto già così carico di tensione, equivale a dichiarare guerra ai musulmani», ha spiegato Kukah, seduto al tavolo della colazione nel suo sobrio complesso episcopale. «Qui è la loro casa».

Solo alcune ore più tardi è emersa la verità: i missili avevano colpito obiettivi lontani dalla città, nascondigli di gruppi jihadisti armati responsabili di rapimenti, stragi e violenze indiscriminate. Kukah ha tirato un sospiro di sollievo. «I criminali sono il vero problema della Nigeria», ha detto. «Non una religione».

Trump, invece, ha rivendicato l’operazione come un colpo contro terroristi dell’ISIS, sostenendo che colpiscono “principalmente cristiani innocenti”. Una narrazione che Kukah contesta da mesi. Secondo lui – e secondo molti analisti nigeriani – la realtà è più complessa: la violenza nel Paese è il frutto di terrorismo, banditismo, crisi economica e collasso della sicurezza statale, e colpisce cristiani e musulmani senza distinzione.

Questo non significa negare la persecuzione dei cristiani. Kukah la conosce bene. Nella sua diocesi sacerdoti e fedeli sono stati rapiti; un giovane seminarista è stato ucciso dopo aver rifiutato di rinnegare la propria fede. Il vescovo racconta anche di cappelle negate, carriere bloccate a funzionari pubblici cristiani, discriminazioni quotidiane. «Questa è stata la mia vita», ammette.

Ma insiste su un punto cruciale: ridurre tutto a uno scontro religioso è una semplificazione pericolosa. «Molti musulmani sono vittime quanto noi. La radice del problema è l’assenza di sicurezza, non l’Islam».

Questo messaggio, ribadito in ottobre davanti a un pubblico internazionale a Roma, ha scatenato reazioni violente in Nigeria. Attivisti e leader religiosi lo hanno accusato di minimizzare il martirio cristiano. Alcuni gli hanno chiesto scuse pubbliche. Kukah non ha fatto marcia indietro, ma ha chiarito la sua posizione: la Nigeria sta sanguinando perché lo Stato non protegge più nessuno.

A 73 anni, Kukah è considerato da molti “la coscienza della nazione”. Studioso, mediatore, autore di libri, già inviato delle Nazioni Unite e protagonista di processi di pace, ha dedicato la sua vita a esplorare le zone grigie di una società lacerata dagli estremismi. «I nigeriani stanno morendo per vivere», ha detto con amarezza.

Nelle ultime settimane ha continuato a spiegare, dialogare, precisare. E qualcosa, lentamente, sembra muoversi. A un recente evento pubblico ad Abuja, un intervento in sua difesa ha suscitato un applauso spontaneo e prolungato.

In un Paese dove la violenza cerca sempre un’etichetta semplice – religiosa, etnica, identitaria – Kukah continua a fare una scelta controcorrente: chiamare le cose con il loro nome, anche quando è scomodo. In Nigeria, oggi, non è solo una posizione morale. È un atto di coraggio civile.