Dopo il richiamo dell’Ambasciatore a Roma i deputati della Svizzera dicono: “non siamo la repubblica delle banane”
A quasi un mese dalla tragedia di Capodanno a Crans-Montana, dove un incendio nel locale Le Constellation ha causato la morte di quaranta giovanissimi, emergono con sempre maggiore chiarezza ritardi e falle investigative che rischiano di compromettere l’accertamento pieno delle responsabilità. Le ultime carte dell’inchiesta, depositate dalla Procura cantonale di Sion, restituiscono un quadro che solleva interrogativi pesanti sulla gestione iniziale delle indagini.
Uno dei punti più critici riguarda le immagini delle telecamere di sorveglianza. Nel territorio comunale di Crans-Montana erano attive circa 250 videocamere nella notte dell’incendio, divampato intorno all’1.28 del primo gennaio. Eppure, la richiesta formale di acquisizione dei filmati da parte della Procura è arrivata solo il 15 gennaio, quando gran parte dei dati era già stata cancellata automaticamente: i sistemi conservano infatti le registrazioni per soli sette giorni. Solo una parte delle immagini, quelle relative all’area immediatamente circostante il locale, è stata recuperata grazie all’intervento della polizia cantonale.
Non meno controversa appare la tempistica dei sequestri patrimoniali. Sempre il 15 gennaio è stato disposto il blocco dei beni di Jacques e Jessica Moretti, titolari del locale. Si tratta di quattro immobili situati in Svizzera — tre esercizi commerciali e la villetta di famiglia — per un valore complessivo stimato intorno ai cinque milioni di franchi, tutti gravati da ipoteche bancarie. Più complesso e tardivo l’iter per i beni all’estero: una casa a Cannes e un immobile in Corsica, per i quali la rogatoria internazionale è stata avviata solo il giorno prima. Un ritardo che, secondo diversi osservatori, avrebbe potuto esporre l’inchiesta a rischi evitabili.
Le criticità procedurali hanno alimentato tensioni diplomatiche tra Italia e Svizzera, soprattutto dopo la scarcerazione su cauzione di Jacques Moretti, indagato insieme alla moglie per omicidio colposo, lesioni e incendio colposo. Roma ha richiamato temporaneamente l’ambasciatore a Berna, chiedendo maggiore trasparenza e l’avvio di indagini congiunte. La Svizzera ha inizialmente ribadito l’autonomia dei cantoni e la separazione dei poteri, ma nelle ultime ore ha aperto alla cooperazione tra squadre investigative, pur sottolineando che il procedimento resta di competenza del Canton Vallese.
Dalle audizioni emerge anche un altro elemento delicato: i titolari del locale avrebbero potuto coordinare la propria linea difensiva prima degli arresti, grazie alle norme svizzere che consentono agli indagati di assistere agli interrogatori reciproci. Nelle loro dichiarazioni, Jacques e Jessica Moretti hanno respinto ogni responsabilità diretta, indicando presunte carenze nei controlli antincendio da parte delle autorità comunali, che — a loro dire — non avrebbero effettuato verifiche negli ultimi cinque anni, nonostante la presenza di materiali altamente infiammabili e uscite di sicurezza insufficienti o bloccate.
Un punto centrale dell’inchiesta riguarda proprio la porta di servizio al pianterreno, che sarebbe stata chiusa con un chiavistello, impedendo la fuga di molti ragazzi. Chi l’abbia bloccata resta da chiarire. I Moretti chiamano in causa un dipendente che quella notte aveva portato del ghiaccio nel locale e che ha lasciato la Svizzera il giorno successivo. Altri elementi emersi — come la presenza di petardi e razzi all’interno del locale — rafforzano l’impressione di una gestione della sicurezza gravemente inadeguata.
Intanto, il dibattito politico in Svizzera si è fatto acceso. Parlamentari di diversi schieramenti hanno reagito duramente alle critiche italiane, accusando Roma di ingerenza e difendendo l’indipendenza della magistratura elvetica. Altri, però, riconoscono la necessità di fare piena luce su una tragedia che ha scosso profondamente l’opinione pubblica europea, anche per l’alto numero di vittime straniere, tra cui sei italiani.
La disponibilità annunciata a una squadra investigativa comune rappresenta ora un passaggio decisivo. Per le famiglie delle vittime, al di là delle schermaglie diplomatiche, resta una sola richiesta: verità, responsabilità e giustizia, senza ulteriori ritardi. Le prove perse e le incertezze iniziali rendono questo obiettivo più difficile, ma anche più urgente.
