In un’Europa che alza barriere e accelera le espulsioni, la Spagna sceglie una strada diversa. Il governo guidato da Pedro Sánchez ha annunciato una vasta operazione di regolarizzazione che potrebbe interessare fino a 500.000 migranti, con un obiettivo dichiarato: rispondere alla carenza strutturale di manodopera e sostenere la crescita economica del Paese.
La misura riguarda persone già presenti sul territorio spagnolo. Potranno accedere alla sanatoria coloro che sono entrati in Spagna prima del 31 dicembre 2025 e che dimostrino una permanenza continuativa di almeno cinque mesi. La finestra per presentare le domande sarà aperta tra aprile e giugno, e secondo le stime governative potrebbe coinvolgere circa la metà degli stranieri attualmente in posizione irregolare, valutati in circa 800.000.
Il provvedimento consentirà ai beneficiari di ottenere un permesso di soggiorno di un anno, rinnovabile, e di lavorare legalmente in qualsiasi settore. Si tratta di una delle più ampie regolarizzazioni mai realizzate in Europa negli ultimi decenni, seconda per dimensioni solo a quella adottata dalla Germania durante l’arrivo dei profughi siriani negli anni Dieci.
«È un giorno storico per la Spagna», ha dichiarato la ministra delle Migrazioni Elma Saiz, rivendicando un modello migratorio «fondato sui diritti umani, sull’integrazione e sulla convivenza, compatibile con la crescita economica e la coesione sociale». Il governo sottolinea come la decisione non sia dettata da motivazioni ideologiche, ma da una necessità concreta: il mercato del lavoro spagnolo fatica a reperire lavoratori in settori chiave come agricoltura, edilizia, assistenza alla persona, turismo e servizi.
Negli ultimi sei anni, secondo i dati ufficiali, l’immigrazione ha rappresentato circa l’80% della crescita demograficadel Paese e circa il 10% delle entrate del sistema previdenziale. Alla fine del 2025, per la prima volta dopo molti anni, il tasso di disoccupazione è sceso sotto il 10%, e una quota rilevante delle nuove assunzioni ha riguardato lavoratori stranieri. In questo contesto, il governo considera la regolarizzazione come uno strumento di emersione dal lavoro nero e di rafforzamento della base contributiva.
Il piano è stato adottato tramite decreto reale, una scelta che ha consentito all’esecutivo di aggirare un Parlamento nel quale non dispone di una maggioranza stabile. Una decisione che ha innescato forti reazioni politiche. Il leader del Partito Popolare, Alberto Núñez Feijóo, accusa Sánchez di utilizzare la sanatoria per distogliere l’attenzione da altre criticità, come i recenti incidenti ferroviari. Vox, il partito di estrema destra, ha annunciato un ricorso alla Corte Suprema, denunciando quella che definisce una “resa dello Stato”.
La scelta spagnola appare isolata, ma non priva di analogie con altre realtà occidentali. Anche Paesi guidati da governi più restrittivi sul piano retorico sono costretti a fare i conti con il declino demografico e la mancanza di lavoratori. In Italia, il governo Meloni ha autorizzato l’ingresso regolare di oltre 400.000 lavoratori extracomunitari nei prossimi anni, su pressione del sistema produttivo. La Germania stima di aver bisogno di almeno 500.000 lavoratori qualificati all’annoper sostenere la propria economia, mentre il Giappone ha recentemente annunciato un piano per accogliere fino a 1,2 milioni di stranieri.
La sanatoria spagnola si colloca dunque in un paradosso sempre più evidente: mentre il discorso politico europeo si irrigidisce, la realtà economica impone aperture. Madrid ha scelto di esplicitarle, assumendosi il costo politico di una decisione che rompe il consenso facile. Resta da vedere se questa scommessa, fondata su integrazione e lavoro regolare, riuscirà a reggere nel tempo anche sul piano elettorale.
