Trump conferma invio ICE alle Olimpiadi invernali. Imbarazzo del Governo italiano
C’è una linea sottile che separa l’alleanza dalla subordinazione. Di solito non passa dai trattati, ma dai gesti. E l’ultimo gesto dell’amministrazione Trump verso l’Italia ha la forma di una presenza imposta: l’ICE alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Non una necessità tecnica, ma una scelta politica. Una vetrina. Un messaggio.
L’Immigration and Customs Enforcement è uno dei corpi federali più controversi degli Stati Uniti, simbolo di una politica securitaria aggressiva, contestata in patria e all’estero. Portarlo nel cuore di un grande evento internazionale, in un Paese alleato ma visibilmente a disagio, non risponde a una logica di cooperazione: risponde a una logica di legittimazione. Mostrare che l’ICE non è un problema, che resta centrale, che può varcare i confini senza incontrare veri ostacoli.
Roma ha provato a frenare. In modo goffo, contraddittorio, quasi timoroso. Il ministro dell’Interno ha prima negato, poi corretto, poi distinto nominalmente ciò che sostanzialmente coincide. Il ministro degli Esteri ha ammesso ciò che già era noto: pochi agenti, sì, ma nel cuore della sala operativa. La verità è che nessuno ha potuto dire di no. Non per incapacità tecnica, ma per asimmetria politica.
Il punto non è il numero degli agenti. È il principio. Perché l’ICE non arriva a Milano-Cortina come supporto invisibile, ma come simbolo esibito. È questo che irrita Palazzo Chigi, il Viminale, la Farnesina. Non l’operazione in sé, ma l’arroganza del metodo. Un approccio ruvido, muscolare, profondamente trumpiano. Una dimostrazione di forza verso l’esterno e di disciplina verso l’interno: agli alleati si chiede di adeguarsi, non di discutere.
Il paradosso è tutto italiano. Mentre si moltiplicano le smentite, la realtà avanza. Mentre si prova a “contenere il danno”, arrivano porte chiuse. Washington non arretra. E Roma incassa, consapevole di non potersi permettere uno strappo. La dipendenza strategica – diplomatica, militare, di intelligence – pesa più dell’imbarazzo pubblico. È la stessa dipendenza che spinge l’Italia a bussare agli Usa quando serve un canale per liberare un connazionale all’estero, o quando occorre un appoggio decisivo nei dossier sensibili.
Ma il caso ICE non è isolato. Si inserisce in una sequenza di frizioni che raccontano un mutamento più profondo. I dazi minacciati all’Europa, le provocazioni sulla Groenlandia, le parole sprezzanti sui contingenti alleati, il silenzio ostinato alle richieste di chiarimento. Ogni episodio, preso singolarmente, è gestibile. Tutti insieme disegnano una crepa.
Nel cerchio ristretto della premier si respira un sentimento ambiguo: sconcerto e rassegnazione. Nessuna rottura, nessuna denuncia pubblica. Solo la speranza, coltivata sottovoce, che l’apparato americano finisca per contenere il presidente, o che il tempo politico lo indebolisca. Una strategia attendista, più subita che scelta.
Milano-Cortina diventa così il teatro di un piccolo ma eloquente dramma geopolitico. Un’Olimpiade che dovrebbe celebrare cooperazione e fiducia si ritrova a ospitare un simbolo divisivo, non per necessità ma per volontà. È il segno di un’alleanza che resta in piedi, ma non più sul piano dell’eguaglianza.
Dal bacio di Washington allo schiaffo di Cortina, il messaggio è chiaro: l’amicizia resta, ma alle condizioni di uno solo. E il prezzo da pagare è l’imbarazzo silenzioso di chi non può permettersi di rispondere.
