La frana che in questi giorni ha colpito Niscemi, aggravata dalle piogge eccezionali e dal ciclone Harry, non ha nulla a che fare, tecnicamente, con il MUOS. La base americana non sorge sul costone che sta cedendo e non è coinvolta dal dissesto geologico. Eppure, proprio questo fatto di cronaca ci costringe a guardare Niscemi non solo come luogo di emergenza ambientale, ma come snodo simbolico di una verità più grande, che riguarda la sovranità italiana, il ruolo degli Stati Uniti in Europa e il grande equivoco che attraversa oggi il dibattito sulla NATO.

Per capire di cosa stiamo parlando bisogna partire dall’inizio. Il MUOS, acronimo di Mobile User Objective System, è un sistema di comunicazioni satellitari militari degli Stati Uniti. Non è un radar e non è un’arma offensiva in senso stretto. È qualcosa di più strategico e meno visibile: una rete globale che consente alle forze armate americane di comunicare in tempo reale con navi, aerei, sommergibili, droni e unità terrestri in qualunque parte del mondo. È, in sostanza, l’infrastruttura che rende possibile la guerra moderna così come oggi viene concepita.

Il sistema si basa su satelliti geostazionari e su poche stazioni terrestri nel mondo. Una di queste è a Niscemi, nel cuore della Sicilia. Non per caso. Da qui la Marina degli Stati Uniti può controllare e coordinare le comunicazioni militari su un’area vastissima: Mediterraneo, Nord Africa, Medio Oriente e parte dell’Asia. Chiunque voglia capire perché gli Stati Uniti non possono “abbandonare l’Europa” dovrebbe partire da questo dato.

La base di Niscemi è su territorio italiano, ma non è sotto controllo italiano. Questo è un punto decisivo, spesso eluso. La presenza americana si fonda su accordi bilaterali e NATO che concedono l’uso del territorio, mentre il controllo operativo resta statunitense. L’Italia può intervenire su aspetti amministrativi e ambientali, ma non decide come, quando e per cosa quella base viene utilizzata. È una forma di sovranità limitata, accettata da decenni in nome dell’alleanza atlantica.

Le proteste dei cittadini contro il MUOS, esplose negli anni passati, non nascevano solo dal timore per le emissioni elettromagnetiche o per l’impatto ambientale nella Sughereta. Nascevano da una percezione più profonda: le decisioni che incidono sul territorio vengono prese altrove. Niscemi ospita un’infrastruttura cruciale per la sicurezza globale, ma la comunità locale non ha voce reale su quella presenza.

Ed è qui che il fatto di cronaca della frana diventa rivelatore. Mentre lo Stato italiano mobilita risorse, Protezione civile e aiuti per una tragedia che colpisce i cittadini, la base americana resta intoccabile, fuori dal dibattito, fuori dalla discussione pubblica. Non perché sia colpevole del dissesto, ma perché fa parte di un altro ordine di priorità. Questo ci dice molto su come funziona davvero l’alleanza.

In questo contesto, le parole di Donald Trump sull’Europa “scroccona” e sulla possibilità di abbandonare la NATO appaiono per quello che sono: un bluff politico. Gli Stati Uniti non difendono l’Europa per generosità, ma perché l’Europa è essenziale alla loro potenza globale. Le basi in Italia, in Germania, in Spagna, non sono un favore agli europei: sono strumenti della strategia americana. Senza di esse, Washington perderebbe capacità di controllo, rapidità di intervento, influenza geopolitica.

Dire che sono gli europei a sfruttare gli Stati Uniti significa rovesciare la realtà. È piuttosto vero che gli Stati Uniti utilizzano il territorio europeo come piattaforma avanzata del proprio potere militare. Questo non rende l’alleanza illegittima, ma impone di chiamare le cose con il loro nome.

Allo stesso tempo, l’idea di un’uscita dalla NATO è irrealistica. Non perché l’alleanza sia sacra, ma perché gli Stati Uniti non possono permettersi di lasciarla. Abbandonare l’Europa significherebbe perdere il Mediterraneo, ridurre l’influenza in Medio Oriente, lasciare spazio ad altre potenze. Nessuna amministrazione americana, al di là della retorica elettorale, può davvero farlo.

Il nodo vero, allora, non è se l’Italia o l’Europa debbano uscire dalla NATO, ma a quali condizioni continuare a starci. Con quanta trasparenza, con quanta reciprocità, con quanta attenzione alle comunità che ospitano infrastrutture decisive senza benefici diretti.

Il cristianesimo sociale, qui, non invoca slogan né rotture ideologiche. Chiede verità. Ricorda che la sicurezza non può essere costruita solo in termini strategici, dimenticando le persone. E che un’alleanza è giusta non quando protegge i più forti, ma quando non scarica i costi sempre sugli stessi territori.

Niscemi oggi ci parla per questo. Non perché la frana e il MUOS siano la stessa cosa, ma perché insieme mostrano il volto concreto di una sovranità fragile e di un’alleanza che va finalmente discussa senza ipocrisie.