Bruxelles stringe il cerchio anche attorno a WhatsApp. La piattaforma di messaggistica di proprietà di Meta è stata ufficialmente designata dalla Commissione europea come uno dei grandi operatori digitali con “significativo potere di mercato”, entrando così nel perimetro delle piattaforme soggette alla sorveglianza rafforzata prevista dal Digital Services Act (DSA). Una decisione tecnica, ma dalle conseguenze politiche, giuridiche e culturali tutt’altro che marginali.
In termini semplici, significa che WhatsApp non è più considerata soltanto un servizio di comunicazione privata, ma un’infrastruttura digitale sistemica, capace di incidere sullo spazio pubblico europeo, sulla circolazione delle informazioni, sulla sicurezza e sui diritti fondamentali degli utenti. Ed è proprio per questo che l’Unione europea ritiene necessario esercitare un controllo più stringente.
Perché WhatsApp rientra nel DSA
Il Digital Services Act è la grande riforma europea pensata per regolamentare le piattaforme digitali di dimensioni tali da poter influenzare la società, l’economia e la democrazia. Finora l’attenzione si era concentrata soprattutto su social network “aperti” come Facebook, Instagram, X o TikTok. L’inclusione di WhatsApp segna un passaggio ulteriore: riconosce che anche le piattaforme di messaggistica, pur fondate su comunicazioni apparentemente private, hanno un impatto pubblico rilevante.
WhatsApp supera ampiamente le soglie di utenti previste dal DSA e svolge un ruolo centrale nella diffusione di contenuti, notizie, immagini e video, spesso in modo virale e difficilmente tracciabile. Per Bruxelles, questo basta a qualificarla come “grande piattaforma online” con responsabilità proporzionate al suo peso.
Cosa comporta la sorveglianza rafforzata
La sorveglianza rafforzata non significa controllo dei messaggi privati né fine della crittografia end-to-end, che resta tutelata dal diritto europeo. Il punto non è leggere le chat, ma responsabilizzare la piattaforma.
WhatsApp sarà tenuta a:
- valutare e mitigare i rischi sistemici, come la diffusione di contenuti illegali, la disinformazione, l’uso criminale del servizio o l’impatto su diritti fondamentali;
- rendere più trasparenti le proprie politiche, spiegando come funziona la moderazione dei contenuti, anche nei gruppi e nelle catene di inoltro;
- collaborare più strettamente con le autorità europee, fornendo dati e audit indipendenti sul rispetto delle regole;
- offrire maggiori tutele agli utenti, soprattutto in caso di segnalazioni, abusi o utilizzi impropri della piattaforma.
In caso di violazioni gravi o sistematiche, la Commissione può arrivare a sanzioni molto pesanti, fino al 6% del fatturato globale annuo.
Un cambio di paradigma digitale
La decisione dell’Ue riflette un cambiamento di paradigma: lo spazio digitale non è più considerato una zona franca, autoregolata dalle aziende tecnologiche. Al contrario, viene riconosciuto come uno spazio pubblico di fatto, che richiede regole, responsabilità e garanzie analoghe a quelle previste per altri ambiti della vita sociale.
Nel caso di WhatsApp, la sfida è particolarmente delicata: bilanciare sicurezza e diritti, responsabilità e privacy, interesse pubblico e libertà di comunicazione. Bruxelles prova a farlo senza toccare il cuore tecnologico del servizio – la crittografia – ma chiedendo alla piattaforma di non voltarsi dall’altra parte quando il suo potere diventa fattore di rischio.
Un segnale politico a Meta e alle big tech
C’è infine un messaggio politico chiaro. Con questa mossa, la Commissione europea dice a Meta – e alle grandi piattaforme in generale – che nessun attore digitale, per quanto globale e pervasivo, può sottrarsi alle regole comuni europee. Il tempo dell’autoregolazione è finito; inizia quello della responsabilità proporzionata al potere.
Per gli utenti, almeno nelle intenzioni, l’obiettivo è uno spazio digitale più sicuro e più giusto. Per le piattaforme, l’era dell’eccezionalismo tecnologico si chiude definitivamente.
