Leone XIV incontra i Prelati Uditori del Tribunale Apostolico della Rota Romana

Nel linguaggio pubblico contemporaneo carità e giustizia vengono spesso contrapposte. La prima evocata come sentimento privato, talvolta ingenuo; la seconda come meccanismo freddo, impersonale, necessario ma disumano. È una frattura moderna, e in parte ideologica, che Papa Leone XIV ha rimesso in discussione con un gesto antico e insieme radicale: ricondurre giustizia e carità alla loro radice comune, la verità.

Nel suo discorso ai Prelati della Rota Romana, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il Papa ha scelto come chiave interpretativa un’espressione paolina tanto semplice quanto esigente: Veritatem facientes in caritate. Non “dire” la verità, ma fare la verità. E non farla in nome dell’efficienza o del rigore, bensì nella carità. Non due principi da bilanciare, ma due dimensioni inseparabili di un unico atto umano e istituzionale.

È un’affermazione che nasce nel cuore della giustizia ecclesiale, ma che parla ben oltre i confini della Chiesa.

La tentazione della compassione senza verità

Leone XIV individua con lucidità una prima deriva: la carità sganciata dalla verità. È la compassione che, per evitare il dolore o il conflitto, rinuncia ad accertare i fatti, relativizza la responsabilità, trasforma il giudizio in un atto di consolazione. Una giustizia “pastorale” che, nel tentativo di non ferire, finisce per non curare.

È una tentazione ben conosciuta anche nelle società secolari: quella di sostituire il diritto con l’emozione, la norma con il caso mediatico, la legge con la narrazione più empatica. Ma una compassione che rinuncia alla verità non libera: infantilizza, confonde, rende arbitrario ciò che dovrebbe essere giusto. Non protegge i più deboli, li espone.

La verità senza carità: il volto duro della legge

Esiste però una deriva opposta, altrettanto pericolosa: la verità affermata senza carità. La legge applicata come un dispositivo automatico, impermeabile alle storie, alle ferite, alle conseguenze concrete sulle persone. È la giustizia che si difende dicendo: “Io applico la norma, non mi riguarda il resto”.

Il Papa lo dice con chiarezza: una verità “fredda e distaccata” tradisce la giustizia stessa. Perché la giustizia, quando è autentica, non è mai neutrale: incide sulle vite, sulle coscienze, sui legami sociali. Ignorarlo significa trasformare il diritto in potere.

Anche qui il richiamo non riguarda solo i tribunali ecclesiastici. In ogni sistema giuridico, amministrativo o politico, quando la legalità perde il contatto con la dignità delle persone, la pace si incrina. Non per ideologia, ma per logica.

Giudici, istituzioni, cittadini: operatori di pace

Uno dei passaggi più forti del discorso è l’idea del giudice come operatore di pace. Non nel senso irenico del termine, ma nel senso più concreto: là dove giustizia e verità vengono esercitate correttamente, la pace diventa possibile. Dove vengono violate, il conflitto è solo rimandato.

Questo vale nella Chiesa, ma vale anche nello Stato, nelle istituzioni civili, nei corpi intermedi. Ogni volta che una decisione pubblica sacrifica la verità per opportunismo o la carità per rigidità, produce instabilità, sfiducia, rancore.

Il processo, ricorda Leone XIV, non è una guerra tra interessi contrapposti, ma uno strumento di discernimento del vero. È un’affermazione che interroga profondamente anche la cultura politica e giudiziaria contemporanea, spesso ridotta a scontro, tifoseria, punizione simbolica.

Un modello per lo spazio laico

Il nesso tra carità e giustizia non è un privilegio confessionale. È una grammatica umana. Significa riconoscere che la verità senza cura diventa violenza, e che la cura senza verità diventa inganno. Significa accettare che le istituzioni non sono macchine, ma luoghi in cui si decide del destino concreto delle persone.

In un tempo segnato da polarizzazioni, giustizialismi, vendette morali e indulgenti amnesie, il richiamo di Leone XIV suona controcorrente. Non chiede meno giustizia, ma giustizia migliore. Non meno verità, ma verità abitata dall’amore.

La Chiesa lo propone come via per la salus animarum. La società laica può riconoscerlo come condizione minima per la convivenza civile. Perché senza questo equilibrio, né la legge salva, né la misericordia guarisce.

E allora veritatem facientes in caritate non è solo un motto ecclesiastico. È una misura alta – e scomoda – per ogni potere, ogni tribunale, ogni coscienza chiamata a decidere del destino altrui.