In un tempo di comunicazione urlata, polarizzata, disincarnata, san Francesco di Sales, Patrono dei giornalisti, appare sorprendentemente attuale. Non per nostalgia devozionale, ma per radicale modernità. È il patrono dei giornalisti non perché scrivesse molto — e scriveva moltissimo — ma perché aveva capito prima di altri che il modo di comunicare è già contenuto del messaggio.

Vescovo in un’Europa lacerata dalle guerre di religione, Francesco di Sales scelse una via allora rivoluzionaria: rinunciare alla polemica, disarmare il linguaggio, parlare al cuore senza umiliare l’intelligenza. Niente invettive, niente anatemi gridati. Solo parole capaci di raggiungere l’altro senza schiacciarlo. Una comunicazione disarmata e disarmante, direbbe oggi papa Leone XIV.

Informare non è deformare

La stampa, nella democrazia, non è un accessorio. È un organo vitale. Senza un’informazione libera, verificata, responsabile, la democrazia diventa teatro: molto rumore, pochi cittadini. San Francesco di Sales lo aveva intuito quando, impossibilitato a predicare nelle chiese calviniste del Chiablese, iniziò a scrivere fogli, libelli, lettere, diffusi casa per casa. Fu, di fatto, un pioniere del giornalismo moderno: usare i mezzi disponibili per raggiungere le persone là dove sono, non dove vorremmo che fossero.

Ma attenzione: per Francesco non contava solo cosa dire, bensì come. La verità, se comunicata senza carità, diventa un’arma. E un’arma, anche se brandita in nome del bene, produce ferite.

La scelta delle notizie è già una scelta morale

Ogni redazione lo sa, anche quando finge di non saperlo: scegliere una notizia significa già costruire un mondo. I cosiddetti news values, i criteri di notiziabilità, non sono neutrali. Decidere cosa merita attenzione, quale frame usare, quale volto mostrare e quale oscurare, è un atto profondamente etico.

San Francesco di Sales non avrebbe mai separato informazione e responsabilità. Per lui, comunicare significava accompagnare, non manipolare; chiarire, non confondere; illuminare senza accecare. Il suo stile era l’opposto del sensazionalismo: parlava alle coscienze, non agli istinti.

Non perdere i volti nella folla

Il Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2026, nel solco del magistero recente, richiama con forza un rischio drammatico: perdere i volti nella folla. Ridurre le persone a numeri, categorie, bersagli algoritmici. Migranti senza nome. Vittime senza storia. Avversari senza umanità.

È qui che san Francesco di Sales diventa maestro per i giornalisti di oggi. Lui non parlava mai a una massa indistinta. Scriveva sempre a qualcuno. Aveva in mente un volto, una ferita, una coscienza concreta. Sapeva che la comunicazione che salva è sempre personale, anche quando raggiunge molti.

Evangelizzare senza colonizzare

C’è poi un ultimo punto, decisivo per chi lavora nell’informazione di ispirazione cristiana. Per Francesco di Sales, evangelizzare non significava vincere una battaglia culturale, ma far spazio all’altro. Non colonizzare le menti, ma incontrarle. Non imporre la verità, ma renderla desiderabile.

Questo vale anche per il giornalismo nella Chiesa: non propaganda, non difesa d’ufficio, non apologetica urlata. Ma testimonianza, discernimento, fedeltà alla realtà. Anche quando è scomoda. Anche quando costa.

San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, ci ricorda che la parola può ferire o guarire, dividere o ricucire, oscurare o illuminare. E che ogni volta che scriviamo, parliamo, pubblichiamo, stiamo scegliendo che tipo di umanità servire.

In fondo, il criterio resta uno solo: dire la verità senza perdere l’uomo. E raccontare il mondo senza smarrire i volti.