C’è stato un momento, durante la conferenza stampa a Villa Pamphilj con il cancelliere Friedrich Merz, in cui la scena diplomatica si è incrinata. Non per una divergenza geopolitica, non per una frizione sull’Europa o sui dazi, ma per una domanda. Una di quelle domande che il potere non ama, perché non chiede consenso, ma chiarezza.
Un giornalista ha chiesto se non fosse legittimo interrogarsi sulla salute mentale di Donald Trump, alla luce di dichiarazioni sempre più erratiche e aggressive. La risposta della presidente del Consiglio è stata secca, infastidita, quasi risentita: “È stato eletto democraticamente dal popolo”. Come se questo, da solo, chiudesse ogni questione.
È una formula che Giorgia Meloni usa spesso. Un riflesso condizionato. Un argomento-trincea. Eppure è proprio qui che si rivela una fragilità culturale profonda del nostro tempo politico.
Il voto non è un assoluto
Nelle democrazie costituzionali moderne, il voto non è un’investitura sacra, ma l’ingresso in un sistema di limiti, controlli, responsabilità. L’elezione popolare non sospende la Costituzione, non neutralizza il Parlamento, non rende superflua la magistratura, non trasforma un leader in misura di se stesso.
E invece, nella risposta stizzita della premier, affiora un’idea rozza e pericolosa: quella per cui la volontà popolare — evocata come un totem — giustificherebbe tutto. Anche il silenzio critico. Anche la rinuncia a porsi domande legittime. Anche l’assenza di discernimento.
La salute mentale di un leader non è un pettegolezzo. È una questione pubblica, quando le decisioni di quella persona possono influenzare guerre, alleanze, mercati, equilibri nucleari. Le democrazie mature lo sanno: basti pensare al 25° emendamento negli Stati Uniti o ai meccanismi di garanzia presenti in molte costituzioni europee.
La confusione voluta tra popolo e potere
Quando Meloni ripete “il popolo lo ha eletto”, compie — consapevolmente o meno — una scorciatoia retorica: identifica il popolo con il leader, e il leader con la verità. È la stessa logica per cui ogni critica diventa “antidemocratica” e ogni domanda “irrispettosa”.
Ma è un errore grave. Il popolo non governa al posto delle istituzioni. Le istituzioni esistono proprio per impedire che il consenso momentaneo diventi arbitrio permanente. La democrazia non è solo procedura elettorale: è architettura costituzionale, è equilibrio dei poteri, è cultura del limite.
La stizza come sintomo
La reazione irritata della presidente non è solo una caduta di stile. È un segnale. Rivela l’imbarazzo di chi, nel profondo, sa che la domanda era legittima, ma non vuole aprire quella porta. Perché aprirla significherebbe riconoscere che il potere non è mai assoluto, neppure quando nasce dal voto.
E soprattutto significherebbe ammettere che il leader forte, il capo eletto, il “decisore”, resta — come ogni uomo — fragile, fallibile, sottoposto a giudizio. Anche quando si chiama Donald Trump. Anche quando piace.
La democrazia non muore quando si fanno domande scomode.
Muore quando ci si irrita per il solo fatto che vengano poste.
E quando il voto viene usato come scudo contro la Costituzione, non siamo più nel campo della sovranità popolare, ma in quello — molto più antico — dell’obbedienza al capo.
