Il Giappone sta segnando una svolta significativa nella sua politica energetica, con il ritorno all’energia nucleare come elemento chiave della strategia nazionale dopo oltre un decennio di paralisi successiva al disastro di Fukushima nel 2011.  

La mossa simbolica: riavvio di Kashiwazaki-Kariwa

Il momento più emblematico di questa nuova fase è il riavvio del reattore numero 6 della centrale nucleare di Kashiwazaki-Kariwa, la più grande al mondo per capacità installata. Il reattore, gestito da Tokyo Electric Power Company Holdings (TEPCO), è stato riattivato nel gennaio 2026, segnando il primo restart di un impianto TEPCO dal disastro di Fukushima.  

Tuttavia, il ritorno alla produzione di energia ha incontrato un ostacolo immediato: il reattore è stato arrestato per precauzione poche ore dopo la riaccensione per un malfunzionamento nel sistema di sicurezza, evidenziando le sfide tecniche e la sensibilità pubblica che accompagnano questa scelta.  

Un ripensamento strategico

La spinta verso il nucleare nasce da esigenze energetiche ed economiche profonde. Il Giappone importa oltre il 90 % delle sue risorse energetiche e, dopo la chiusura totale dei reattori nel 2011, ha fatto ampio ricorso a combustibili fossili, con costi elevati e impatti ambientali significativi.  

Oggi il governo intende rafforzare la quota del nucleare nel mix elettrico, mirando a circa il 20 % entro il 2030 per garantire sicurezza energetica, stabilità dei prezzi e supportare la crescente domanda di elettricità, associata tra l’altro allo sviluppo dei data center e dell’intelligenza artificiale.  

Dalla paura alla normalizzazione

La memoria collettiva dell’incidente di Fukushima, che portò alla chiusura di tutti i reattori e a profonde inquietudini sull’energia atomica, resta forte nella società giapponese. L’opinione pubblica è tuttora divisa: mentre alcuni vedono nel nucleare una necessità pragmatica per ridurre le emissioni e i costi energetici, altri manifestano forti preoccupazioni per la sicurezza, soprattutto in aree sismiche come Niigata.  

Le autorità e gli operatori del settore insistono particolarmente sui rigorosi standard di sicurezza introdotti dopo il 2011 e sugli investimenti in sistemi di protezione antisismica e anti-intrusione. Ma incidenti come il recente allarme tecnico al Kashiwazaki-Kariwa sollevano interrogativi sull’affidabilità delle infrastrutture e sulla percezione pubblica di fiducia.  

Una politica energetica “mista”

Il ritorno al nucleare si inserisce in un quadro più ampio di diversificazione energetica. Il Giappone sta parallelamente potenziando fonti rinnovabili come eolico e solare, sebbene il nucleare rimanga un elemento centrale per assicurare energia stabile e continua, soprattutto considerando la dipendenza dall’import di combustibili fossili.  

Dopo circa 15 anni dall’incidente di Fukushima, il Giappone ha deciso di riconfigurare il suo rapporto con l’energia nucleare: da fonte vista con sospetto a componente indispensabile di un mix energetico più sicuro, competitivo e “verde”. La riattivazione di impianti come Kashiwazaki-Kariwa rappresenta non solo una scelta tecnica, ma un simbolo politico della volontà di superare le paure del passato e affrontare le sfide energetiche del futuro.