Trent’anni di reclusione criminale, con due terzi di pena di sicurezza e interdizione dal territorio francese in caso di liberazione. È la condanna inflitta giovedì 22 gennaio dalla Corte d’assise della Vandea a Emmanuel Abayisenga per l’assassinio di padre Olivier Maire, superiore provinciale dei Missionari Montfortani, ucciso l’8 agosto 2021 nella comunità religiosa di Saint-Laurent-sur-Sèvre.
Dopo oltre quattro ore di camera di consiglio, la giuria ha seguito una linea severa: riconosciuta la premeditazione del delitto, sono state invece escluse sia l’abolizione sia l’attenuazione del discernimento dell’imputato al momento dei fatti. Un verdetto definito “colpo di massue” per la difesa, che aveva chiesto almeno il riconoscimento dell’alterazione mentale.
Il processo, durato quattro giorni, è stato segnato dal silenzio assoluto dell’imputato. Emmanuel Abayisenga non ha pronunciato una sola parola durante l’intero dibattimento, esercitando il suo diritto al silenzio, ma lasciando senza risposta le domande essenziali della famiglia della vittima: il come e il perché di un omicidio che ha sconvolto non solo una comunità religiosa, ma l’opinione pubblica francese.
Ad aprire l’udienza conclusiva è stato l’avvocato della Missione montfortana, Antoine de Guerry, che ha sottolineato come i religiosi non intendessero “giudicare l’uomo”, pur restando “immensamente tristi e scioccati”. Nel suo intervento, il legale ha ricordato la figura di padre Olivier Maire, sacerdote stimato e molto attivo pastoralmente, che proprio quel giorno aveva celebrato la Messa e tenuto due concerti d’organo. Rivolgendosi direttamente all’imputato, lo ha invitato a un cammino di coscienza e di pentimento, evocando un giudizio che va oltre quello umano.
Particolarmente toccante la ricostruzione dell’avvocata Céline Party, che rappresentava i fratelli della vittima. Ha rievocato il momento in cui la famiglia apprese la notizia della morte attraverso una telefonata del Samu e, poco dopo, dai notiziari televisivi, in una sequenza che ha aggiunto trauma al dolore. Un racconto che ha messo in luce la violenza simbolica e affettiva che accompagna spesso i grandi fatti di cronaca.
Nel suo requisitorio, l’avvocata generale Fiammetta Esposito ha attaccato frontalmente la credibilità dell’imputato, parlando di una lunga catena di menzogne sul suo passato, sul percorso migratorio e persino sul suo stato di salute mentale. Secondo l’accusa, Abayisenga avrebbe simulato disturbi psichici “quando gli conveniva”, senza che chi viveva quotidianamente con lui avesse mai notato comportamenti anomali. Da qui la richiesta iniziale dell’ergastolo, con una pena di sicurezza di 22 anni.
La difesa, affidata d’ufficio a Maud Navenot solo pochi mesi prima del processo, ha tentato di smontare l’ipotesi della premeditazione e di far valere almeno un’alterazione del discernimento. Ma la Corte ha respinto entrambe le tesi, optando per una condanna pesante ma inferiore all’ergastolo.
Resta, al termine del processo, un vuoto: quello lasciato dal silenzio dell’imputato. Un silenzio che, come ha osservato un familiare, non cancella la responsabilità né lenisce il dolore. La sentenza chiude il capitolo giudiziario, ma lascia aperta una ferita che attraversa la Chiesa francese e interroga la società sul senso della giustizia, della colpa e della responsabilità.
