Bruno Vespa e il “dialogo” che diventa scenografia

C’era tutto, nella kermesse per i trent’anni di Porta a Porta: i volti del potere, le ritualità della politica, la solennità dell’evento mediatico. Non poteva mancare nemmeno il messaggio del Papa. E proprio questo dettaglio — apparentemente neutro, persino edificante — apre una domanda più scomoda di quanto sembri: stiamo celebrando il giornalismo o la sua trasformazione in apparato del potere?

Il messaggio di Leone XIV, per la sua stessa qualità, finisce per essere più esigente del contesto che lo ospita. Il Pontefice parla di ambiguità comunicative, di monologhi mascherati da dialoghi, di flussi continui in cui il falso assume il volto del vero e la rapidità si traveste da profondità. È una diagnosi lucida del nostro tempo mediatico. Ma proprio per questo, il suo inserimento nella celebrazione di Porta a Porta appare paradossale, se non ironico.

Perché Porta a Porta non è stata semplicemente una trasmissione televisiva. È stata — e per molti versi resta — un dispositivo di legittimazione del potere, un luogo in cui la politica non veniva interrogata, ma rappresentata; non messa alla prova, ma messa in scena. Il famoso “salotto” non ha mai avuto la funzione del contraddittorio, bensì quella della normalizzazione: rendere ogni conflitto compatibile con il formato, ogni crisi digeribile per il pubblico, ogni leader presentabile come interlocutore necessario.

In questo senso, il “dialogo” evocato in trent’anni di Porta a Porta è spesso stato un dialogo asimmetrico, regolato dai tempi televisivi, dalla deferenza verso il potente di turno, dalla centralità del conduttore come garante dell’ordine della scena. Non il giornalismo come servizio critico, ma come mediazione rituale tra potere e pubblico.

Il rischio, allora, non è solo quello denunciato dal Papa — lo scambio del falso per vero, del monologo per dialogo — ma qualcosa di più strutturale: la confusione tra informazione e celebrazione, tra cronaca e autobiografia del sistema. Quando un programma diventa un’istituzione, e un conduttore diventa parte integrante del racconto del potere, il giornalismo smette di essere scomodo e diventa funzionale.

Il messaggio pontificio richiama alla pazienza, alla lungimiranza, alla qualità, alla resistenza alla banalità. Ma proprio queste parole suonano come un controcanto involontario a una televisione che, per decenni, ha spesso scelto la comodità del potente, la prossimità ai palazzi, l’illusione del dialogo senza reale ascolto.

La domanda, allora, resta aperta — e non riguarda solo Porta a Porta, ma un intero modello di informazione: è ancora giornalismo quello che si celebra nei salotti del potere, o è diventato una forma raffinata di autopromozione personale e aziendale?

Non propaganda rozza, ma qualcosa di più sottile e per questo più pericoloso: una narrazione in cui il potere si racconta da sé, sotto l’apparenza del confronto.

Se davvero il mondo è “assetato di bellezza e di verità”, come scrive Leone XIV, allora il problema non è celebrare trent’anni di televisione, ma chiedersi quanta verità quella televisione abbia avuto il coraggio di disturbare. E quanta, invece, abbia preferito accompagnare.