Dal palco di Davos il presidente ucraino attacca un’Unione europea divisa e impotente, proprio mentre accetta un negoziato trilaterale Usa-Russia-Ucraina che esclude Bruxelles. Una critica che dimentica chi, nei momenti in cui Washington minacciava di chiudere i rubinetti, ha continuato a sostenere Kiev pagando il prezzo politico ed economico più alto.

Dal palco di Davos Volodymyr Zelensky sceglie di colpire l’Europa, accusandola di lentezza, divisione e mancanza di coraggio strategico. Lo fa mentre annuncia, con sorprendente disinvoltura, l’avvio di un trilaterale Stati Uniti-Russia-Ucraina che taglia fuori proprio l’Unione europea, ridotta a spettatrice di una partita che si gioca anche – e soprattutto – sul suo territorio. È una scelta che interroga non solo la lucidità geopolitica del presidente ucraino, ma anche la memoria politica di chi, negli ultimi tre anni, ha realmente sostenuto Kiev quando il sostegno americano non era affatto scontato.

Vale la pena ricordare un passaggio che a Davos sembra rimosso: il primo incontro pubblico tra Zelensky e Donald Trump, con J.D. Vance al fianco del tycoon, avvenne sotto il segno dell’umiliazione mediatica. Davanti alle telecamere, Zelensky fu trattato non come un alleato, ma come un debitore politico: richiami bruschi ai “costi” del sostegno, all’ingratitudine di Kiev, alla necessità di “chiudere la guerra” secondo tempi e condizioni americane. Un messaggio chiaro, pensato più per l’elettorato statunitense che per la diplomazia: l’Ucraina non è un fine, ma una variabile.

Eppure oggi Zelensky sembra accettare quella stessa asimmetria come dato naturale, arrivando persino a legittimarla. Accoglie il Board of Peace voluto da Trump, partecipa a una coreografia globale in cui il presidente americano si presenta come arbitro universale, mentre attacca un’Europa che – pur con tutte le sue contraddizioni – ha sostenuto l’Ucraina quando gli Stati Uniti discutevano di riduzione degli aiuti, di priorità interne, di “stanchezza della guerra”.

Quando nel 2023 e nel 2024 il Congresso americano bloccava o ritardava i pacchetti di assistenza, furono i governi europei – divisi, sì, ma presenti – a garantire continuità militare, finanziaria e umanitaria. Furono l’Unione europea e i suoi Stati membri ad assorbire l’impatto energetico, l’inflazione, le conseguenze industriali e sociali del conflitto. Oggi, sentire Kiev liquidare Bruxelles come un continente “bello ma irrilevante” suona non solo ingeneroso, ma politicamente miope.

C’è poi una contraddizione di fondo: Zelensky accusa l’Europa di non essere una potenza, ma accetta che le decisioni cruciali sul futuro dell’Ucraina vengano prese in un formato in cui l’Europa non siede al tavolo. Così facendo, non rafforza l’Occidente, ma ne legittima la marginalizzazione europea, proprio mentre Washington sperimenta una politica estera sempre più personalistica, imprevedibile e transazionale.

Il rischio è evidente: l’Ucraina, da soggetto che chiedeva solidarietà in nome del diritto internazionale, rischia di diventare oggetto di una diplomazia muscolare in cui contano rapporti di forza, umori presidenziali e narrazioni mediatiche. L’Europa, con tutti i suoi limiti, resta invece l’unico spazio politico che ha pagato il prezzo della guerra senza trasformarla in spettacolo.

A Davos Zelensky ha ottenuto una standing ovation. Ma gli applausi non cancellano una domanda essenziale: chi difenderà davvero l’Ucraina quando la pace verrà negoziata non come giustizia, ma come convenienza? E chi pagherà il conto se l’Europa, umiliata e delegittimata, smetterà di sentirsi corresponsabile del destino di Kiev?

La memoria corta, in geopolitica, è sempre un lusso che si paga caro.