Le negoziazioni discrete della Santa Sede per evitare spargimento di sangue in Venezuela durante la crisi tra Maduro e Trump
La rivelazione del coinvolgimento della diplomazia vaticana nel tentativo di disinnescare lo scontro tra l’amministrazione Trump e il governo di Nicolás Maduro ha colto di sorpresa molti osservatori, soprattutto negli Stati Uniti. In realtà, per chi conosce il funzionamento della Santa Sede sul piano internazionale, si tratta di una dinamica tutt’altro che eccezionale: un intervento discreto, privo di clamore, orientato non alla vittoria di una parte ma alla prevenzione della violenza.
Nei giorni più tesi della crisi venezuelana, mentre il confronto tra Washington e Caracas rischiava di trasformarsi in uno scontro armato diretto, il Vaticano ha tentato una mediazione ad alto livello. L’obiettivo non era ridefinire gli equilibri geopolitici né legittimare uno dei contendenti, ma individuare una via d’uscita che evitasse spargimenti di sangue. Tra le ipotesi esplorate, anche quella di un esilio negoziato per Maduro, sostenuto da contatti internazionali che coinvolgevano attori extra-occidentali.
Il fallimento di quell’iniziativa non ne cancella il significato. Anzi, illumina uno dei tratti distintivi della diplomazia della Santa Sede: l’insistenza sul dialogo anche quando appare improbabile, e la disponibilità a parlare con tutti, senza precondizioni ideologiche. È una diplomazia che non si muove per interessi economici o militari, ma per una logica che potremmo definire pastorale, attenta alle conseguenze umane delle decisioni politiche.
La figura del Segretario di Stato vaticano è centrale in questo approccio. Le sue relazioni personali, costruite in decenni di servizio diplomatico, consentono alla Santa Sede di mantenere canali aperti anche in contesti altamente polarizzati. Ma ridurre tutto a una rete di rapporti individuali sarebbe fuorviante. La forza del Vaticano non sta solo nelle persone, bensì in un metodo consolidato: pazienza, ascolto, gradualità, rifiuto delle soluzioni drastiche.
Questo stile emerge con chiarezza se si osserva l’azione vaticana in altri scenari di crisi. Dall’America Latina all’Africa, dall’Europa orientale al Medio Oriente, la Santa Sede ha spesso operato come facilitatore di transizioni difficili, sostenendo processi imperfetti ma evitando la logica del “tutto o nulla”. È una diplomazia che accetta compromessi parziali pur di ridurre la sofferenza, e che ragiona su orizzonti temporali lunghi, incompatibili con le scadenze elettorali o le pressioni mediatiche.
Un altro elemento decisivo è la percezione di neutralità. La Santa Sede non dispone di strumenti coercitivi e non ambisce a esercitare potere in senso classico. Proprio per questo, viene spesso considerata un interlocutore affidabile anche da attori che diffidano delle grandi potenze. In un sistema internazionale sempre più frammentato, questa “assenza di interessi” diventa un capitale diplomatico prezioso.
Il confronto implicito tra l’approccio vaticano e quello statunitense appare particolarmente evidente nell’attuale fase storica. Mentre Washington sembra privilegiare strumenti di pressione diretta, talvolta accompagnati da un progressivo disimpegno dai meccanismi multilaterali, la Santa Sede continua a investire nella costruzione paziente di relazioni. Non per ingenuità, ma per una valutazione realistica dei limiti dell’uso della forza.
In questo senso, il ruolo del Papa e della diplomazia vaticana non si pone come alternativa politica alle grandi potenze, ma come elemento di contenimento. Una presenza che, senza pretendere di risolvere tutto, prova a evitare che le crisi degenerino. Anche quando i tentativi falliscono, come nel caso venezuelano, resta il segno di un’azione coerente con una visione del mondo che privilegia la tutela delle persone e la prevenzione dei conflitti.
In un contesto globale segnato dal ritorno di logiche di potenza e da una crescente difficoltà nel dialogo tra blocchi contrapposti, questa forma di diplomazia discreta potrebbe rivelarsi sempre più necessaria. Non perché garantisca successi immediati, ma perché mantiene aperti spazi di comunicazione quando altri canali si chiudono. Ed è spesso in quegli spazi, silenziosi e marginali, che si gioca la possibilità di evitare il peggio.
